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Bagutti Franco, la sua prima volta
«Sono orgoglioso e felice di essere stato incaricato di animare con la mia orchestra la serata che il 7 maggio presenterà ufficialmente la Sei giorni delle rose al Politeama. E' una gioia particolare perché questa, in trent'anni di carriera, è la prima esibizione importante che terrò nella mia città. Amo molto Piacenza ma, per qualche motivo, finora non sono stato mai profeta in patria. E non nascondo che la cosa mi ha amareggiato molto». E' la dichiarazione con cui un Franco Bagutti estrosamente abbigliato come sempre - stavolta indossa pantaloni di pelle nera e un maglione rosso - ci accoglie nel proprio ufficio al suo quartier generale di via Lavelli. «Organizzazione Bagutti» si chiama il complesso di attività che ha sede in questo studio. Costituitasi a partire dalla metà degli anni Ottanta e gestita come un'efficientissima impresa familiare (la dirige Andrea Bagutti, figlio di Franco, che per questo lavoro ha rinunciato a una carriera di pianista classico, e la grafica pubblicitaria è affidata a un altro figlio, Gianmarco), l'Organizzazione comprende le Edizioni Musicali Bagutti (nate nel 1986 e oggi leader nel proprio settore), l'indaffaratissima Agenzia Teatrale Franco Bagutti e la rivista Sognando & Ballando, nata come house-organ dell'orchestra di Franco ma divenuta con gli anni una sorta di bollettino ufficiale della musica da ballo italiana: un mondo «sommerso» che per decenni ha fatturato in silenzio miliardi di vecchie lire prima che radio e tv si accorgessero del fascino che esercitava su italiani di tutte le età. Una robusta rete di sinergie che integrano quello che, dal 1973, è il «core business» di Franco: l'orchestra che porta il suo nome. Con le radici ben affondate nella tradizione del morbido «liscio» emiliano (che grazie a Franco ha sorpassato in diffusione quello, più movimentato, dei «cugini» romagnoli), l'Orchestra Franco Bagutti è da molto tempo una delle più apprezzate e popolari formazioni musicali di intrattenimento italiane per l'eccellenza tecnica dei musicisti, per la qualità e la cura di canzoni e arrangiamenti, per la bellezza delle voci che negli anni si sono date il cambio al microfono: «Anche Marina Fiordaliso, da ragazza, si fece le ossa con me, prima di spiccare il volo per Sanremo - ricorda Franco - Il suo primo successo lo raccolse cantando con la mia orchestra "Io ho bisogno del mare"». La grande attenzione alla melodia e le voci soliste costantemente in primo piano sono la formula innovativa che ha permesso a Bagutti di surclassare i più celebri colleghi della Riviera sulla base di un'intuizione fondamentale: la gente per divertirsi non vuole solo ballare, vuole anche melodie da fischiettare e parole da ascoltare mano nella mano. Di qui una lunga fila di successi capace di adattarsi al mutare delle mode e degli stili: il best-seller dell'orchestra, «Calice amaro», è del 1999. La leadership organizzativa e artistica di Bagutti nel mondo della musica da ballo è riconosciuta sulla scena nazionale e pressoché assoluta su quella locale: quasi tutti i capi delle altre orchestre piacentine hanno in passato militato da orchestrali nella formazione di Franco e oggi - pur facendo concorrenza alla sua orchestra - hanno Franco come impresario. Ma l'anno spartiacque nella sua carriera è il 2000, quando Bagutti, con la sua orchestra e le voci di Roberto e Marianna, partecipa come ospite a «Buona Domenica», il programma condotto da Maurizio Costanzo la domenica su Canale 5, partecipazione poi rinnovata negli anni. Divenuto familiare a milioni di telespettatori in tutta Italia, Franco si lancia in un nuovo progetto, artisticamente ambizioso: una vera big band con 20 splendidi elementi, orchestrali in giacca bianca e un repertorio di classici della musica leggera italiana e internazionale arrangiati dal maestro Fred Ferrari (vecchia volpe della tv e delle colonne sonore) con orchestrazioni sontuosamente rétro e un organo Hammond d'epoca. E' la Grande Orchestra Italiana, che ravviva conventions e grandi feste e che dopodomani suonerà al Politeama. Non che l'orchestra di liscio sia andata in pensione: anzi, non ha mai suonato tanto. Lavoro duro, tempismo e capacità di pensare in grande: il segreto dell'ascesa di Bagutti affonda le sue radici nella sua adolescenza a Tavernago di Agazzano, quando i parenti gli ripetevano che la musica non dà pane. «Ho cominciato da bambino a suonare la fisarmonica - racconta lui - Ma allora i musicisti erano considerati dei fannulloni, degli scioperati. Vede, allora Tavernago era un paese di gente povera, modesta. Chi andava anche solo a fare l'operaio in città cresceva nella considerazione dei compaesani: era appena al di sotto del farmacista, del medico, del prete. Ma la musica no, non era un lavoro. I miei genitori, Albina e Lino, erano morti presto e io vivevo con una coppia di zii, che mi avevano mandato a fare il sarto. Ma la passione della musica fu più forte e mi iscrissi al Consevatorio di Piacenza: cinque anni di contrabbasso col maestro Russato, un uomo straordinario, un grande cuore. Russato, che suonava nell'orchestra della Scala, mi faceva entrare gratis a teatro perché imparassi meglio, mi veniva a prendere con la Cinquecento alla Casa del Soldato di Milano dove facevo il servizio militare per portarmi con lui in Conservatorio. E cominciò anche a farmi suonare in giro con lui in diversi concerti di musica classica. Ma i miei zii avevano il terrore che io diventassi un morto di fame: 'Tu devi smettere!' mi ripetevano. Così un giorno dissi a Russato: 'Maestro, mi dispiace, ma non posso continuare». - Però ha continuato lo stesso, con un altro genere di musica «Era il 1965 mi misi a suonare il contrabbasso elettrico in orchestrine di musica leggera. Suonavamo molto all'estero: Svizzera, Germania, Spagna, anche in Medio Oriente. Poi rientrai in Italia, misi su famiglia e decisi di fare una vita più tranquilla. Aprii con mia moglie Maria Grazia un negozio di strumenti musicali in corso Vittorio Emanuele; intanto gestivo un albergo a Bobbio con un socio con cui finii per litigare. Ma il richiamo della musica era troppo forte. Mi ritrovai a suonare tutte le settimane con un gruppo di amici, che cambiò diversi nomi: prima Opera, poi Il Bagu, che era il mio soprannome. Intanto, erano i primi anni Settanta, scoppiava il 'boom' del liscio. Il successo di Secondo Casadei era stato grande, ma limitato alla Romagna: suo nipote Raoul e Vittorio Borghesi, invece, stavano sfondando in tutto il Nord Italia. Così il cantautore Avos, mio grande amico, mi convinse a fare la pazzia di mettermi nel 'girò: nacque così l'orchestra Franco Bagutti, che l'anno prossimo compirà 30 anni».
- Fu dura all'inizio? «Durissima, perché non eravamo romagnoli. In diversi posti i gestori mi consigliarono di nascondere il pulmino dell'orchestra perché la gente non vedesse la targa piacentina: erano ben accette solo le targhe di Forlì e Ravenna. Ma in pochi anni cominciò a girar bene. Tra le soddisfazioni più grandi ricordo la meravigliosa accoglienza del pubblico delle nostre trasferte in America: a New York nel 1988, a Chicago nel 1993. Del resto iniziai con due collaboratori preziosi: Luigi Costa e il compianto maestro Umberto Lamberti, che scrisse moltissime delle nostre canzoni più fortunate».
- Lamberti è stato uno dei maggiori autori di canzoni che Piacenza abbia avuto: lei è sempre sempre stato molto attento alla qualità di scrittura dei brani dell'orchestra «Ho lavorato e lavoro con grandi autori: Lamberti, Al Rangone, Luciano Cortellini. Per le Edizioni Bagutti lavora anche Corrado Castellari, che ha scritto 'Il testamento di Tito' con Fabrizio De André e ha firmato tanti successi per tante celebri cantanti italiane. Nei pezzi firmati Lamberti-Bagutti era Umberto a scrivere quasi tutta la canzone: io ci mettevo il tocco finale, il particolare che faceva lo stile. Ho provato a scrivere anche da solo, ma visto che le canzoni di Umberto e degli altri erano più belle, ho lasciato il campo a loro. Voglio dirle una cosa: io non credo di essere un musicista tanto bravo. Anche per questo non ho voluto continuare con la musica classica: sarei stato uno come tanti altri. Ma proprio il fatto di non essere un grande musicista mi ha spinto a concentrarmi sulla parte organizzativa della mia attività e mi ha aiutato a non dimenticare i gusti del pubblico. Alla gente non piacciono i musicisti troppo bravi: nel 70 per cento dei casi suonano per se stessi».
- Ma lei ha sempre avuto gli orchestrali migliori E nell'autunno 1998, per i 25 anni della sua orchestra, ha registrato un incredibile concerto dal vivo allo Studio Zeta di Caravaggio con session men aggiunti, arrangiamenti jazz, brani classici: la musica da ballo italiana non aveva probabilmente ancora visto niente di simile. Tutti quei musicisti non erano bravi? «Ma tu puoi tenere insieme il commerciale e il bello. Guarda Celentano, guarda Gino Paoli: fanno un pezzo nuovo e tutti pendono dalle loro labbra. Però non è facile. Ho guardato l'ultimo Sanremo: le canzoni erano tutte scritte con molta più bravura tecnica di quanto non succedesse decenni fa, però non si fanno ricordare, a parte due o tre. Certo, comunque, che mi piacciono i musicisti bravi: in questo momento mi sta dando grandi soddisfazioni la Grande Orchestra Italiana. L'estate scorsa abbiamo suonato anche alla festa di chiusura di Canale 5 nel parco di una villa di Franco Sensi, il presidente della Roma».
- Lei ormai è un volto popolare di Canale 5. Come ha avuto il "gancio" giusto? «Maurizio Costanzo aveva deciso di inserire in Buona Domenica un'orchestra da ballo. Un suo collaboratore, che ci aveva sentiti, gli ha detto: 'Ti consiglio Franco Bagutti'. E lui: 'E chi è Bagutti?'. Morale: siamo andati in video, siamo piaciuti, ci hanno richiamato. E sono rimasto sbigottito dalla forza della tv. Ha fatto più per la nostra notorietà un pomeriggio di tv che non 27 anni di concerti».
- Le è rimasto un sogno da realizzare? «Sì: un programma su una grande rete tv nazionale con me e la mia orchestra protagonisti».
- L'episodio più curioso della sua carriera? «In Iran, negli anni Sessanta, mi capitò una cosa strana. Mi esibii con l'orchestrina di cui facevo parte a Teheran, alla corte dello scià; alla nostra partenza, mentre i dignitari di corte ci offrivano omaggi, mi si avvicinò un vecchietto che mi regalò un tappeto e mi disse una frase che mi fu tradotta così: 'E' un tappeto magico, tienilo, ti porterà fortuna'. Conservo ancora quel tappeto: credo che un po' di fortuna me l'abbia portata davvero».
06/05/2002 15.44.06
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