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Rubriche > interviste della domenica
Bruzzi Pinuccio, da Bettola alla Big Apple

All rights reserved to legal owner.Mi accoglie sorridente, il Signor Pinuccio, in una fresca e limpida giornata settembrina.
Nei miei confronti, ci tengo a sottolinearlo, si è dimostrato molto ospitale e disponibile anche a New York, un paio di mesi fa. Eppure oggi è come se una luce speciale brillasse nei suoi occhi: è quella del suo ritrovarsi a Bettola, dentro la casa che appartenne ai suoi genitori, circondata dal verde delle piante e da un roseto ancora in fiore. Qui l’aria è pulita, non come a New York, e lui la respira mentre mi mostra la casa ma la cosa di cui sembra andare più fiero è certamente lo splendido panorama collinare di cui gode la villetta: una vista spettacolare almeno come quella dei grattacieli di New York anche se diversa e lo fa commuovere, quasi come se fosse "sua" anche quella.
A New York, il Signor Bruzzi ci vive da ben trentadue anni e con lui la sua famiglia.
Ogni anno però, in questa stagione, ritornano tutti a Bettola e stamattina li trovo tutti lì sulla porta, ad accogliermi in maniera amichevole: c’è la Signora Maddalena, sua moglie, e la bellissima figlia Cristina col suo fidanzato Ross, col quale vive e lavora in California, a Los Angeles, come manager di marketing e comunicazione per un’automobile storica immortalata nei film su James Bond: la Aston Martin. Insieme a loro, ci sono anche i Signori Luisa e Natalino Macellari, parenti di Paul Draghi, reduci da un’estate trascorsa tra Brooklyn e New York City.
Dopo aver scambiato alcuni convenevoli e aver bevuto qualcosa tutti insieme, inizio a chiedere a Pinuccio di raccontarci la sua storia.
"Sono passati ormai trentadue anni da quando sono partito da Bettola e dall’Italia per arrivare direttamente a New York. Quanto ero spaesato all’inizio! La prima porta alla quale bussai, in senso figurato e con il cuore che batteva a mille, fu quella di Paul Draghi. Mi fa piacere ricordare Paul in questa mia intervista anche se so che i piacentini lo ricordano sempre con affetto e il quotidiano Libertà gli ha appena dedicato un articolo. Se lo merita, credetemi. Io devo moltissimo a Paul Draghi: le prime parole che mi disse furono “la mia porta è aperta ventiquatt’ore su ventiquattro. Puoi contare su di me, ricordati che sono sempre disponibile”. Era vero. Talmente vero che, il giorno seguente, ero già tornato a casa sua. Sapete com’è finita? Che io e mia moglie Maddalena abbiamo vissuto nella sua casa per ben sette anni, in pratica facendo crescere insieme i nostri figli da piccoli. Ecco com’è finita".
- Trent’anni fa, era davvero più semplice trovare lavoro negli Stati Uniti, come abbiamo sempre sentito dire?
Sì, era davvero semplice. Negli Stati Uniti o, per meglio dire, a New York perché io sto citando la mia esperienza personale, di lavoro ce n’era e tanto. Certo, bisognava avere molta buona volontà e mettercela tutta. Anche per questo Draghi mi ha aiutato col suo sostegno, all’inizio. E pensare che quando, dopo sette anni, gli ho detto che finalmente avevo trovato una casa e che potevamo permetterci di traslocare, lui si è quasi offeso. In realtà, nessuno di noi era veramente offeso. E’ solo che, quando si è chiusa la porta di casa sua, c’eravamo io, mia moglie e mia figlia che piangevamo fuori sul pianerottolo e lui con la sua famiglia che piangevano dentro casa nello stesso momento.
I nostri rapporti sono ancora buonissimi. Paul è una persona che stimo, non solo perché ha dedicato 37 anni della sua vita alla polizia e agli emigrati, ma perché gli voglio bene e provo un’infinita gratitudine nei suoi confronti.

- Dalle sue parole, si direbbe che i piacentini che vivono a New York siano davvero molto uniti fra loro. Che tipo di comunità è, quella piacentina, nella Big Apple?
Devo dire che i piacentini di New York sono molto disponibili fra loro e non lo dico solamente perché ne faccio parte: io stesso, come ho già detto, sono stato il primo ad essere ben accolto.
Qui a Piacenza esiste un luogo comune: quello che ci vedrebbe tutti molto chiusi e diffidenti e solitari, anche un po’ pettegoli e invidiosi gli uni degli altri. Questa teoria è qualcosa di assolutamente estraneo per me. Davvero, non so proprio come sia nato un pensiero simile. Guardi noi, qui, stamattina... siamo sereni e, certamente, felici di ritrovarci nella nostra Bettola. Però questo è il clima che manteniamo anche a New York, soprattutto quando ci ritroviamo tra di noi. Anzi, vorremmo poterci vedere e frequentare ancor di più ma il lavoro è lavoro e non tutti hanno la fortuna di abitare vicini.

- Ogni anno i piacentini si riuniscono per festeggiare la propria comunità. Accadrà anche quest’anno?
Sì, certo. Ogni anno, di solito durante il mese di novembre, ci ritroviamo al ristorante per la cena e i festeggiamenti. Mangiamo e beviamo, stiamo insieme in allegria. Sarebbe meglio dire che brindiamo poiché, spesso, c’è la musica e qualcuno balla. C’è sempre un motivo per festeggiare, specialmente quando arriva qualche gruppo ospite da Piacenza, cosa che è sempre avvenuta fino all’anno scorso. Purtroppo, dopo l’attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono si è deciso di non fare il nostro consueto ritrovo annuale e anche i piacentini che di solito salivano non sono partiti.
Finora non era mai accaduto di saltare questa ricorrenza. E’ stato brutto perché è stata l’ennesima riprova di quanto accaduto a New York, proprio vicino al mio negozio.

- Signor Pinuccio, posso chiedere a lei e alla sua famiglia come ricordate quel terribile undici settembre 2001?
Ah... terribile, sì. Terribile è la parola giusta, davvero. Guardi, io in quel momento mi trovavo sul ponte, ringraziando Dio poiché, vivendo nel New Jersey, faccio il pendolare per andare a lavorare. E pensare che spesso me lo dico con un po’ di ’fastidio’ nel senso che il traffico sul ponte, per arrivare a New York, a volte è molto stressante. Invece, in quel frangente, forse mi ha anche salvato la vita perché passavo proprio lì sotto. O meglio, dipendeva dalle volte ma spesso mi capitava e anche per i più svariati motivi. Comunque sia, è stato tremendo. In termini pratici, nel negozio non ci sono potuto andare per una settimana, neppure per vedere cos’era successo restando in strada.
Ma questo è niente: la cosa straziante è stata tornarci la settimana successiva. Polvere, vetri, pezzi di ferro e qualsiasi altra cosa ancora dappertutto e questo perché i primi lavori li hanno fatti subito nella zona dove c’erano le Twin Towers, nella speranza di ritrovare qualche ferito ancora vivo e ci mancherebbe altro! E’ stato giusto così. Però, credetemi, camminare per strada, avvicinarmi al negozio... è stata una cosa terrificante. Soprattutto passare a Ground Zero, che poi era inevitabile perché si trova proprio lì sotto. La zona oggi è ancora in subbuglio ma allora era messa in un modo che neppure riesco a spiegare con le parole, e non solo perché tremo ancora ma, davvero, trovare le parole giuste per descrivere quel che ho visto non si può. Sembrava di trovarsi in mezzo a un campo di battaglia e c’era un odore di morte che non dimenticherò mai più. Quello era davvero l’odore delle persone che stavano là sotto, molti dei quali erano, per giunta, missing (scomparsi) e non si è mai trovato il corpo. E i visi, i pianti, la disperazione della gente che, là sotto, aveva i suoi familiari... una cosa da non credere! C’era un continuo via vai, quando è successo, perché tutti speravano di trovare il proprio caro o almeno qualcosa che gli appartenesse, un indizio. Allora c’era ancora la speranza, probabilmente l’illusione che qualcuno fosse ancora vivo anche se tutti provavamo una dolorosissima fitta al cuore. Ma dopo qualche giorno è stato anche peggio perché è arrivata la paura e con essa, pian piano, la consapevolezza. E quando dicono che non vi sia un newyorkese che non abbia perso almeno un qualche amico o conoscente sotto le torri, è vero. La sa una cosa? Nell’arco di quest’ultimo anno, da quando ho riaperto il negozio, ho scoperto di aver perso molti dei miei clienti. C’erano persone che venivano in gioielleria da più di dieci anni e non le ho più viste. Col tempo, qualcuno dei loro familiari entrava e mi informava che erano scomparsi da quel giorno, forse morti. E allora ci si abbracciava tutti quanti. Però voglio dire un’altra cosa: mi è capitato che entrassero persone nuove nella mia gioielleria, gente che non faceva parte della mia clientela abitudinaria e che non avevo mai conosciuto prima e, alla fine, ci si abbracciava anche con loro, magari perchè qualcuno mi raccontava di aver perso un figlio, un padre, un marito o anche solo perchè aveva paura a camminare per strada. Si piangeva insieme, io con loro, e non c’era nient’altro da fare se non piangere.

- Come hanno vissuto i suoi parenti di Bettola quei momenti terribili? Siete riusciti a comunicare?
Per giorni e giorni non è stato possibile comunicare e ciò ha creato una reciproca ansia e preoccupazione. Poi, finalmente, il primo contatto è ’passato’ tramite mia figlia Cristina, che viveva già a Los Angeles. La rete telefonica, come quella elettrica e molti altri servizi, in tutta la zona di New York ha smesso di funzionare per un bel po’. Dipendeva dalle zone ma il mio negozio si trovava proprio lì sotto e abbiamo avuto molti danni, lì attorno. Per fortuna, nella disgrazia, a noi personalmente non è successo niente di irreparabile. Però la nostra vita è cambiata. Ci si abbraccia tutti, ecco. Forse il dolore ha avuto la capacità di unire un’immensa città di persone completamente diverse tra loro.

- C’è qualcosa che vuol dirci, stando qui a Piacenza, pensando al suo imminente rientro negli States?
Sì, qualcosa c’è. Vorrei che queste mie parole riuscissero ad esprimere bene quello che ha provato chiunque si trovava là come me, l’undici settembre 2001. Dico questo perché so bene che, con una guerra imminente e il conflitto già in corso, le opinioni personali vanno spesso "contro" gli Stati Uniti. Però voglio specificare: dico questo col massimo rispetto per tutte le opinioni diverse che le persone hanno su questa questione. Tuttavia, nel corso di questa vacanza italiana durante la quale siamo stati anche in Sardegna perché abbiamo un ramo della parentela che viene anche da là, mi sono perfino sentito dire cose offensive contro l’America per ciò che era successo, quasi come venissero dette contro di me. O come dire che ce lo siamo meritato. Sa cosa ho fatto? Ho ascoltato in silenzio e, mentre soffrivo, mi dicevo "rispetta queste opinioni". Però vivere laggiù e sapere quanto male hanno fatto a persone come me, che non c’entravano nulla ma che, anzi, per la maggior parte andavano solo a lavorare per guadagnarsi da vivere... tutte persone oneste, quelle che hanno ucciso, e poi tutte le loro famiglie distrutte... insomma, io capisco e rispetto le opinioni diverse dalla mia ma per me, per noi che viviamo là, è tutto diverso perché vediamo con altri occhi e abbiamo sentito sulla nostra pelle che poteva succederci la stessa cosa. Anzi, è come se fosse successa a uno di noi o alla nostra stessa famiglia. Per quanto riguarda il “mio” pensiero, io ho apprezzato moltissimo Rudolph Giuliani perché si è dato da fare ed è una persona per bene.
Quando era ex Sindaco, lo conoscevo già molto bene e ancor prima, quando lavoravo nelle costruzioni, ho trascorso molto tempo a svolgere mansioni per il progetto del Marriott Hotel, che si trova in Times Square. All’epoca, lì intorno c’erano ubriaconi, malavita, delinquenza. Poi, con Giuliani come Sindaco, devo dire di aver visto la zona cambiare, diventare più pulita. Oggi i turisti ci possono camminare tranquillamente ed è cambiata moltissimo. Prima si poteva incappare in situazioni molto spiacevoli e anche pericolose. Ora, allo stesso modo, ho fiducia nelle Istituzioni. Voglio dargliela, questa fiducia, perché penso che stiano valutando il meglio e con giustizia. Questo è ciò che spero.

- C’è qualcosa di particolare che porterà con sé a New York, da Bettola o da Piacenza?
Prima di tutto, la faccio ridere! Voglio raccontarle quello che ho fatto appena ho messo piede a Bettola, quest’anno, che è poi quello che faccio ogni sempre ogni anno anche se mia moglie un po’ mi sgrida... Sono sceso giù in Piazza e ho comprato subito due torte di patate e due vassoi di pisareï. Niente è buono come la cucina piacentina! Se fosse per me, a New York, mangerei sempre così ma non posso costringere mia moglie a cucinare tutti i giorni la pasta fatta in casa. Però, se dipendesse da me, non mi dispiacerebbe. Insomma, io quando vengo qui rinasco perché so che torno a casa mia e perfino i sapori me lo dicono, non solo l’aria e il panorama. La nostalgia è sempre tanta... quando vado a trovare Paul Draghi, lui ascolta sempre i dischi delle canzoni in dialetto piacentino. Gli piacciono molto, gli tengono compagnia, gli ricordano la sua città.
Un’altra cosa: sono proprio contento che il Libertà mi abbia dato questa possibilità, di poter parlare dell’amicizia con Paul Draghi e di far sì che i piacentini non si dimentichino di noi.
Dico la verità: io non sono bravo a usare il computer, sono un vero disastro perché combino solo dei pasticci ma la prima pagina memorizzata sul display di noi piacentini è sempre quella di Libertà online: la legge Paul Draghi e i Signori Macellari. Inoltre, mia moglie è cugina dei fratelli Mosconi, che hanno due ristoranti al Greenwich Village, e che hai intervistato per l’anniversario dell’undici di settembre. Siamo tutti noi, veniamo da qui e noi non vi dimentichiamo.
C’è qualche messaggio che vuol dare, attraverso il quotidiano Libertà? Magari un saluto particolare a qualcuno?
Prima di tutto, vorrei ringraziare il Direttore Rizzuto e la Signora Ronconi ma anche salutare i giornalisti che ho conosciuto negli anni, anche se non mi ricordo tutti i loro nomi adesso. Spesso, li ho sentiti e ho captato non solo un interesse lavorativo ma una sorta di vicinanza e qualcuno è anche venuto a New York a trovarci, qualche volta. Io e Paul Draghi ricordiamo con particolare affetto Maria Vittoria Gazzola. Ma guardi che un mio amico mi ha detto di riferirle che si ricorda bene anche del suo papà perché erano in classe insieme. Vede, i legami sono qualcosa di vero, di sincero. Non si cancellano facilmente, neanche se c’è di mezzo l’Oceano. C’è un’ultima cosa che vorrei dire a tutti quelli che abitano a Piacenza, in città o in provincia: non smettete di comunicare! Può sembrare stupido ma, a distanza di anni, devo ammettere di aver notato anche una trasformazione in peggio sotto questo aspetto. Sarà che io mi ricordo ancora di quando in Italia, trent’anni fa, c’era una vita sociale molto bella, anche qui a Bettola e in tutta la valle. Adesso, quella vita non c’è più. Sono tutti di fretta anche quando io e mia moglie scendiamo in paese. Non dico che questo accada perché non ci si rispetti, anzi, ci salutano ma a volte è come essere a New York: tutti hanno da fare, da lavorare e non c’è tempo per fermarsi a parlare. E pensare che, invece, il bello dell’Italia era proprio quella vita sociale di una volta. Non come quella americana. Io, quando torno qui, mi dimentico tutto, non penso più al lavoro, ai problemi. Penso solo a star bene con la famiglia e con i miei amici. Non c’è niente di meglio.


07/10/2002 19.01.42

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