"Storie nere", Fanelli: «Nel mio podcast Pelosi svela chi uccise Pasolini»
La rubrica della giornalista d'inchiesta disponibile sul quotidiano e sul sito Liberta.it
Redazione Online
|8 ore fa

Cinquant’anni fa, nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, Pier Paolo Pasolini veniva assassinato all’Idroscalo di Ostia. Da allora il suo omicidio è diventato un enigma mai risolto della storia italiana, e la voce del Poeta - paradossalmente - è sempre più presente. A mezzo secolo di distanza, Pasolini non è un autore del passato: è una coscienza che continua a disturbare per quello che ha scritto in vita e per la sua stessa morte.
Poeta, scrittore, regista, intellettuale corsaro, Pasolini ha attraversato il Novecento italiano come una figura scandalosa e necessaria. Scandalosa perché rifiutava ogni compromesso, perché viveva alla luce del giorno e sotto gli occhi di tutti la sua omosessualità. Perché univa eros e disperazione, oltre a una capacità - oggi rarissima - di dare un nome ai fatti e di urlare il suo «Io so» senza avere paura. La sua diagnosi più celebre resta quella sulla «mutazione antropologica»: l’idea che il consumismo non fosse solo un sistema economico, ma una forza capace di omologare desideri, linguaggi, corpi. Pasolini non rimpiangeva ingenuamente il passato, temeva piuttosto un futuro in cui la libertà sarebbe stata ridotta a scelta tra merci, e il dissenso assorbito come stile. Rileggere oggi i suoi articoli degli Scritti corsari o delle Lettere luterane significa confrontarsi con profezie purtroppo avverate. Anche il suo cinema continua a interrogare. Dai ragazzi di vita di Accattone e Mamma Roma fino alla ferocia terminale di Salò o le 120 giornate di Sodoma. Per Salò, Pasolini ha dato la sua vita. Per recuperare le pizze del suo film è stato ucciso.
L'omicidio di Pasolini è il tema della rubrica «Storie nere» della giornalista d’inchiesta Raffaella Fanelli, pubblicata su Libertà di oggi, giovedì 29 gennaio. Non solo: ora è possibile anche ascoltarla nel podcast disponibile su Liberta.it «Non ho ucciso Pasolini», che contiene un’intervista esclusiva a Giuseppe «Pino» Pelosi (morto nel luglio del 2017), riconosciuto colpevole dell’omicidio del giornalista, regista, poeta e scrittore.
«Ascolterete le voci di Pino Pelosi, l’uomo condannato per il delitto, e di Giovanni Lucifora, un giornalista che da anni segue il caso Pasolini - spiega Fanelli -. Quella che la Libertà pubblica è l’ultima intervista di Pelosi: una registrazione che ho raccolto prima della morte di chi, per soldi o per paura, confessò di aver ucciso il Poeta. Durante la nostra chiacchierata ammise di aver portato Pasolini in trappola. E che ad ucciderlo furono cinque uomini e che altri due arrivarono in moto. «Usarono catene, bastoni». Fu un massacro. Un omicidio brutale diventato simbolo non solo di un delitto irrisolto, ma della violenza riservata a chi non si lascia addomesticare. Pasolini dava fastidio perché non apparteneva a nessuno: era troppo comunista per i borghesi, troppo eretico per i comunisti, troppo religioso per i laici. Troppo libero per tutti. Cinquant’anni dopo, il rischio più grande è di trasformarlo in icona, in semplice citazione o in volto da maglietta. Perché Pasolini non chiede celebrazioni: ho l’arroganza di pensare e di scrivere che Pasolini chiede lettura, confronto, magari anche verità. Forse il modo più onesto per ricordarlo sarebbe quello di difendere la libertà del giornalismo».


