L'autobiographic novel, fumetto della realtà vissuta in prima persona
Personaggio e autore si sovrappongono sulle pagine delle autobiografie disegnate, fenomeno di tendenza del romanzo grafico
Alessandro Sisti
|2 ore fa

Dal "Diario del cattivo papà" di Delisle, un'illustrazione che parla da sola- © Libertà/Alessandro Sisti
Un tempo chi desiderava raccontare al prossimo la propria più o meno romanzesca esistenza attaccava bottone al bar, oppure in treno o in qualche sala d’aspetto. Oggi può invece farlo scrivendola e – se ne è capace – disegnandola. La differenza sta nel fatto che allora il malcapitato ascoltatore per un po’ avrebbe reagito con qualche garbato «Ma davvero? Non mi dica», fino a concludere col classico «S’è fatto tardi! Mi scusi, devo proprio andare», mentre al presente è possibile che quella storia arrivi al successo, poiché da diversi anni le autobiografie (soprattutto se a fumetti) si posizionano nella parte nobile delle classifiche editoriali. Quale sarà il loro segreto? Possiamo cercarlo fra le vignette di alcune delle più famose, come “LMVDM – La mia vita disegnata male” di Gipi, nome d’arte di Gianni Pacinotti, fumettista e regista. Una delle ragioni dell’apprezzamento che i lettori riconoscono a “LMVDM” e in generale all’opera di Gipi è fuor di dubbio estetica, poiché l’autore è un artista in senso pieno, non limitatamente al fumetto, e costruisce le tavole fra un bianco e nero inchiostrato con un tratto inquieto e drammatico e gli inserimenti a colori dipinti a olio o ad acquarello. Materiale da galleria che smentisce il titolo e ne offre una diversa interpretazione, poiché nell’ottica di chi si esprime attraverso le immagini una vita può apparire simbolicamente mal disegnata per lo sfregio di passi falsi e ripensamenti. È quella che il protagonista rievoca per il medico cui s’è rivolto per una disfunzione sessuale e ulteriori problemi, dovuti alle esperienze di gioventù con la droga. Li risolverà con una terapia immaginata e narrativa (almeno in parte), senza peraltro esaurire il sottotesto autobiografico presente in quasi tutto il lavoro di Gipi, che in “Momenti straordinari con applausi finti” ritorna nell’elaborazione del lutto per la morte della madre. Qui la trama allinea vicende parallele, in una delle quali l’alter ego dell’autore è un comico, che pur in quella stessa funerea situazione deve far ridere il pubblico. Lo controbilancia l’apparizione-allucinazione di un evanescente bambino luminoso, che incarna il personaggio da piccolo e guida il sé adulto a una visione del mondo meno inutilmente complessa. Sono storie sulla difficoltà di vivere, sofferte, ma non senza speranza, che chi legge condivide per arrivare all’ultima pagina purificato dalle emozioni, lungo quel percorso di catarsi indicato da Aristotele nella “Poetica”, il primo manuale di sceneggiatura. Aristotele lo raccomandava per il teatro, ma funziona anche con i fumetti dopo 2.358 anni.

Eppure non è l’unica strada e il canadese Guy Delisle ne segue una diversa. Gran parte delle sue autobiographic novel sono memorie di viaggio, dalle “Cronache di Gerusalemme” che ho già ricordato in una precedente puntata dell’Officina, alle “Cronache Birmane”, a “Shenzen” e a “Pyongyang”, però ancor più personali sono il “Diario del cattivo papà” e le recenti “Cronache di gioventù”. Nel primo Delisle descrive la propria quotidianità di genitore, a suo dire non troppo adeguato, ma che in effetti soltanto qualche pedagogista ossessivo-maniacale si sentirebbe di censurare, mentre le cronache giovanili sono quelle delle tre estati – dai sedici ai diciott’anni – trascorse a lavorare in una cartiera industriale di Québec, la sua città natale, per raggranellare qualche soldo durante le vacanze estive. Si parla insomma dei dubbi di ogni padre che si sforzi di svolgere al meglio il suo ruolo, esposti con umorismo e leggerezza, e di un’adolescenza in fabbrica, neppure troppo traumatica se non per il passaggio alla vita dei grandi. Molta consapevolezza, anche retrospettiva, e nessuna tragedia in un’autonarrazione nella quale possiamo riconoscere noi stessi. Ben più complesso è farlo con “Non mi sei mai piaciuto” e ancor meno in “Io le pago – Memorie a fumetti di un cliente di prostitute” di Chester Brown, lui pure canadese. Considerata una delle più importanti autobiografie disegnate – nonché una delle prime, quasi trent’anni fa – “ Non mi sei mai piaciuto” racconta il rapporto del fumettista bambino e adolescente con la madre schizofrenica, che lo porta a crescere nell’incapacità di esternare i propri sentimenti o addirittura di provarne, al punto di non riuscire a soffrire per la morte di lei, per continuare in “Io le pago” nell’aperta negazione del valore di qualunque relazione affettiva e nell’esaltazione della pura soddisfazione dei sensi. A dispetto della quale tuttavia con il titolo “Non mi sei mai piaciuto” Brown sembra parlare a se stesso.

Altri sono i ricordi dell’illustratrice e fumettista franco-persiana Marjane Satrapi, celebre nel panorama culturale internazionale per l’autobiografia “Persepolis”, dove dall’infanzia alla condizione di giovane adulta testimonia la discesa dell’Iran sotto la teocrazia, come pure dell’intima e suggestiva “Taglia e cuci”, ambientata nel salotto dove lei ragazzina, insieme alla nonna, alle altre donne della famiglia e a qualche amica potevano finalmente chiacchierare una volta che gli uomini si erano ritirati per il sonnellino postprandiale. Libere davvero di parlare di ogni argomento, compresi sesso, politica e desideri d’emancipazione, inadeguati nei costumi della società patriarcale anche prima del regime degli Ayatollah, con la forza di una pacata e silenziosa resistenza femminile. In Italia però il dominatore incontrastato del bestseller autobiografico disegnato è Zerocalcare, all’anagrafe Michele Rech, che dal primo “La profezia dell’armadillo” del 2011, dei suoi giorni mette in scena il passato, il presente e (diamogliene il tempo) il futuro. Zerocalcare è il personaggio principale di Zerocalcare e se le graphic novel di altri autori delineano essenzialmente gli aspetti della personalità che fanno da filo conduttore a una parte delle loro vite, di lui conosciamo fisime e ideali, passioni e difetti, resi tridimensionali da un contesto familiare e amicale in cui ci coinvolge. La madre e il padre, divorziati quand’era piccolo, che rappresenta come Lady Cocca del “Robin Hood” Disney e come Ping, papà del guerriero dragone Po in “Kung Fu Panda”, l’Armadillo che personifica il suo Super-io, sempre intento ad angustiarlo con responsabilità e scadenze, nonché amiche e amici ispirati alla cerchia dell’autore, di frequente fondendo caratteri simili e raffigurandoli con fattezze umane o trasfigurandoli di conseguenza come Cinghiale o Supplì, compongono una mitologia personale dove la realtà a volte emarginante e problematica di Rebibbia – per Zerocalcare una vera e propria patria più che un’area urbana di Roma – si affronta nella sua concreta crudezza, o in alternativa si rilegge in una chiave fantastica che ha il gusto del realismo magico letterario. Se le interpretazioni degli autori affermati sono troppe e troppo differenti per stabilire quale sia ottimale per l’autobiographic novel, a mio avviso un indizio si riconosce in quelle che non sono mai state pubblicate. Spesso dagli aspiranti fumettisti me ne sono state proposte di ben realizzate quanto a tecnica e forma, ma fragili e insoddisfacenti nei contenuti. Probabilmente perché la vita occorre innanzitutto viverla, poi pensarci su e cercare di capirla. Altrimenti c’è poco da disegnare e da raccontare, nonostante il grande romanziere Jorge Luis Borges sostenesse come in fondo tutto ciò che scriviamo sia autobiografico. È una delle mie citazioni preferite e mi piace ricordarla… quando scrivo le avventure di Zio Paperone.

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