Il mondo dei Peanuts di Licorice Pizza


Ci sono così tante cose dentro questo “filmino minore” di Paul Thomas Anderson che si fatica a decidere da dove cominciare: della carriera del PIU’ GRANDE REGISTA AMERICANO CONTEMPORANEO avevamo già parlato qui, e non torniamo indietro.
Parzialmente ispirato a un grande amico di Anderson, il produttore Gary Goetzman, “Licorice Pizza” segue il quindicenne Gary Valentine e la sua amicizia con la venticinquenne Alana Kane. La pizza e la liquirizia (che è un riferimento ai dischi in vinile, e a una catena di negozi che non esiste più) sono apparentemente lontanissime, e Alana non perde occasione per sottolineare che la loro differenza di età rende impossibile ogni pensiero di una possibile relazione, ma nel mondo dei Peanuts disegnato da Anderson gli adulti (Bradley Cooper, Benny Safdie, Sean Penn, Tom Waits) sono tutti casi disperati (Ma quand’è che siete diventati tutti così deludenti?), mentre il giovane Valentine è una continua ispirazione, e il suo continuo irresistibile rilanciare rimane la cosa più interessante che lei abbia mai incontrato.

 

Due romanzi di formazione si incrociano e si guardano allo specchio in questo piccolo film familiare, che parla dell’infanzia di Anderson, che è girato a casa sua, nella San Fernando Valley, e coinvolge tutti i suoi amici, compresa tutta la famiglia della protagonista Alana Haim, musicista e cantante delle Haim, il gruppo musicale che include le sorelle Danielle e Este: la collaborazione professionale di Anderson con le Haim arriva da lontano, da questi videoclip.

 

 

Ma non tergiversiamo e arriviamo dritti al punto che mi ha spezzato il cuore.

 

Anderson decide di affidare la parte del protagonista del suo film, Gary Valentine, a Cooper Hoffman, il figlio del suo grande amico e strepitoso indimenticabile attore Philip Seymour Hoffman. Sono spesso stucchevoli le cerimonie social del lutto per i famosi, ma per la mia generazione di cinefili Philip Seymour Hoffman (23 luglio 1967 – 2 febbraio 2014) rappresenta qualcosa che va molto oltre il fandom. Noi abbiamo trascorso gran parte della nostra vita da adulti guardando Philip Seymour Hoffman sullo schermo, da Boogie Nights a Hunger Games passando per Il Grande Lebowski, Magnolia, Happiness, La 25° ora, The Master. Lo abbiamo amato così tanto perché siamo stati uncool, perdenti, mostruosi, snob, sudati, arrivisti, insieme a lui.
E vedere Cooper sullo schermo, con quel volto, quel fisico, in quelle atmosfere anni ’70 nella San Fernando Valley, con quella colonna sonora, ci riporta dritti al 1997 di “Boogie Nights”, ma anche, in maniera evidente al 2017 di “Once Upon a time… in Hollywood” di Quentin Tarantino (un altro che gira in 70mm), e ad altri echi di cinema statunitense, nei quali vedi Martin Scorsese e senti Woody Allen.

 

Gary osa, come ogni adolescente dovrebbe fare per non trovarsi poi a essere a osare nel fuori tempo massimo del mondo adulto, fa provini, gira in tour, vende materassi ad acqua e flipper insieme a suo fratello e a una banda di ragazzini anche più piccoli di lui, e la scrittura è così giusta che chi se ne frega della verosimiglianza: cosa c’è di meglio di guardare un film ambientato negli anni ’70, zeppo di personaggi assurdi vestiti da urlo senza avere la più pallida idea di cosa faranno un attimo dopo, dove i due protagonisti per tutto il film si rincorrono, si guardano attraverso i vetri, si telefonano senza aprire bocca, vandalizzano la casa e la macchina di un produttore cinematografico, c’è la crisi del petrolio e sembra arrivare la fine del mondo sulle note di Life on Mars?

 

Funziona così tanto questa storia d’amore che vi dovete portare qualcuno da sgomitare, a cui bisbigliare all’orecchio, a cui tenere la mano, perché tutta questa gioia negli occhi e endorfine nel cervello va condivisa, altrimenti vi ritroverete a borbottare uau nella mascherina e a sperare che non finisca mai.

 

 

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