Sette note di Bag

Abbiamo ancora bisogno dei “beautiful losers”

4 agosto 2020 - Eleonora Bagarotti

Le cronache ci dicono che i “beautiful losers” non vanno di moda. Il titolo è quello dell’ultimo romanzo di Leonard Cohen, prima di intraprendere la carriera musicale. Siamo nel 1966 e la letteratura anglo-americana, così come le folk-song, sono abitate da “belli e perdenti”, dove il bello risiede nell’anima e non certo nei muscoli da tronista.
In comune i “beautiful losers” hanno alcune caratteristiche: la fortuna non è mai dalla loro parte, a dispetto del talento o dell’onestà che li contraddistingue. Il loro è un destino solitario, talvolta molto amaro. C’è però una poetica, nei “beautiful losers”, che non appartiene né mai apparterrà ai vincenti e agli eroi – altra categoria che tanto piace agli americani – che li rende i migliori protagonisti di romanzi e canzoni. Per non parlare della consapevolezza profonda e angosciante con cui il grande Ernest Hemingway ci presenta l’Eroe delle sue storie. In fondo, i “beautiful losers” sono eroi puri. Nessuno li riconosce, ma i loro sentimenti sono pietre preziose in un mondo in cui prevalgono i sassi. Nel narrare la malinconia e la fatica del “beautiful loser”, l’autore compie un percorso etico, traccia l’analisi sociale di un’epoca e dei suoi (dis)valori, che può risuonare come una denuncia.

Ho pensato a tutto questo, negli ultimi giorni. E di riflesso, ho pescato dal fiume della memoria canzoni e racconti che descrivono il male, la noia, l’egoismo. Cito NEBRASKA, album del 1982 che per me è il capolavoro di Springsteen. Bruce ci racconta, anticipando i tempi, quando la noia della provincia e il vuoto etico trasformano una coppia di ragazzi in assassini. Alla fine della canzone, una frase spiega il motivo per cui si uccide: “I guess there’s just meanness in this world” (Suppongo esista solo malvagità in questo mondo). La frase è ispirata al racconto A Good Man Is Hard To Find della scrittrice americana Flannery O’Connor ed è talmente semplice che rivela quanto il male sia banale.

Quasi tutti i personaggi delle canzoni dell’album sono realmente esistiti e colti dalle notizie di cronaca nera (come il serial killer Charlie Starkweather, che nel 1958 seminò terrore nelle pianure del Wyoming), da opere letterarie o dall’osservazione della realtà, che a Springsteen riesce benissimo. Tanto che in Nebraska ci descrive anche la sua infanzia operaia in New Jersey (My Father House, Mansion On The Hill) creando un abbraccio tra memoria e scene di personaggi perduti. Brani come Highway Patrolman, Johnny 99 e Atlantic City esplorano l’ansia del viaggio, dell’abbandono, dell’inseguimento su uno sfondo nero: la morte del sogno americano.
Se però il brano Nebraska spalanca le porte dell’album, a chiuderle è Reason To Believe, dove tra i “beautiful losers” troviamo una donna ingenua, dal cuore troppo grande.

Mary Lou amava Johnny
di un amore profondo e sincero,
lei diceva – Tesoro, lavorerò ogni giorno
per portare i soldi a casa.
Un giorno lui uscì e scomparve
e da quel momento lei aspetta
in fondo a una strada polverosa
che il giovane Johnny ritorni

NEBRASKA è un disco denso di nubi, abitato da fantasmi, cosparso di amarezza. Eppure Bruce Springsteen, in un clima di totale pessimismo, distilla parole di speranza.

Tutto muore piccola, così vanno le cose
ma forse tutto ciò che muore
un giorno ritornerà.

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