Addio a Ronnie Spector e alla sua voce da leonessa

Tanti giovani probabilmente non sanno chi è stata Ronnie Spector. C’è da scommettere, però, che anche loro abbiamo ascoltato, e qualche volta canticchiato, “Be my baby” o Walking in the rain”. Perché Ronnie, il cui vero nome era  Veronica Yvette Bennett, ha fondato il gruppo The Ronettes proprio per poter cantare in quel modo  graffiante, rivoluzionando non solo il canto ma il modo di stare su un palcoscenico in un trio femminile.
Era il 1959 e, certo, una parte importante nell’ascesa attraverso gli anni Sessanta l’ebbe  Phil Spector, l’inventore del Wall of Sound che la sposò e dal quale, anni dopo, lei fuggì (in virtù della bara vuota che lui teneva in cantina, a ricordarle che se l’avesse  tradito lui l’avrebbe uccisa). Lo ha raccontato lei in una gustosa autobiografia mentre il rolling stone Keith Richards, dal canto suo, ha scritto di aver ricevuto minacce di  morte da Phil quando Ronnie si lanciò in una relazione extraconiugale con lui. Potere  della musica, che ha poi suggellato un lunga amicizia – Keith l’ha ricordata sui social, qualche giorno fa, con un’immagine recente, in cui lei gli sta praticamente in braccio.

Questo per far capire come, anche caratterialmente, doveva essere Ronnie. Sin da quando era ancora Veronica, cresciuta nella Harlem spagnola, con la madre cameriera in un ristorante proprio di fronte all’Apollo Theatre. Lei sognava di diventare la risposta black di Marilyn Monroe ma nel quartiere, era spesso isolata, considerata bizzarra. “Quando non assomigli a tutti gli altri, hai automaticamente un problema a scuola”  scrisse, raccontando di essere stata vittima di bullismo. “Mi picchiavano perché avevo un aspetto diverso. A essere onesti, ho passato l’inferno e forse per questo mi sono poi attaccata a Phil, perché non mi ero ancora liberata da quei vecchi fantasmi”.
E così, Ronnie è diventata una dura, cresciuta a colpi di Jazz latino grazie a personaggi che le ruotavano attorno, un tale di nome Tito Puente, per esempio. E poi… il resto è  storia. Anche il giorno in cui fuggì in strada, liberandosi dal giogo di quel primo  matrimonio. Sapremo, molti anni dopo, che Spector finirà in galera per aver sparato in bocca a una ragazza mentre Ronnie accetterà il passare degli anni, in un secondo  matrimonio felice, mantenendo una bellezza matura e oltraggiosa, densa e sempre atipica.
Alle sue spalle, ci ha lasciato collaborazioni illustri, da Patti Smith ai giovani Greenhornes, senza scordare l’amico di sempre Keith Richards. George Harrison scrisse per lei una canzone particolarissima intitolata “Try some, buy some”, che uscirà come singolo nel 1971, e una manciata di anni dopo Bruce Springsteen la accompagnò nella cover di Billy Joel “Say goodbye to Hollywood” con la sua E Street Band.
Va da sé, che a piangere la sua scomparsa sui social ci fossero tantissime rockstar.
Ma a Ronnie, che ha lasciato questo mondo a 78 anni, specialmente le interpreti femminili devono molto più di un omaggio sui social. Anche quelle che oggi affrontano il palcoscenico e  ancora non lo sanno.

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