Alana e Gary e tutto il meglio del 2022 al cinema

Di Barbara Belzini 31 Dicembre 2022

Il mio best of di quest’anno è per categorie: il Film dell’Anno non può essere altro che quella meraviglia stupefacente che è “Licorice Pizza” di Paul Thomas Anderson.
L’ho già visto tre volte, di cui due su grande schermo, e ogni volta ho pensato che potrei guardare Alana e Gary sfidarsi e rincorrersi per tutta la vita. Sono sempre stata d’accordo con Carmen Consoli quando cantava che essere felici per una vita intera sarebbe quasi insopportabile ma se volete essere felici per due ore e anche qualche ora dopo e anche ogni volta che ci ripensate il film è su Prime.

Film Rivelazione è “Saint Omer” della regista francese Alice Diop, che ha il coraggio di ragionare intorno al più grande tabù della maternità, l’infanticidio. Presentato in concorso alla 79esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, dove ha vinto il Leone d’Argento e il Leone del futuro, “Saint Omer” racconta la storia di Rama, romanziera trentenne che sta lavorando a un progetto su Medea, la madre mitologica che uccide i propri figli: per documentarsi assiste al processo a Laurence Coly, una donna accusata di aver ucciso la figlia di quindici mesi, abbandonandola all’arrivo dell’alta marea su una spiaggia nel nord della Francia. Diop costruisce un racconto ipnotico e potente, che, tra camera fissa sull’accusata che risponde alle domande e immagini del passato che inseguono la protagonista, costringono sia lei che lo spettatore ad abbandonare le reazioni immediate per ascoltare e affrontare a viso aperto qualcosa di impensabile e di indicibile. Il suo sguardo è rigoroso, austero e pieno di gravitas: Diop usa con sapienza il proprio passato da documentarista per mettere in scena un dramma senza mai scivolare nel drammatico, per metterci di fronte ai nostri pregiudizi, per ricordarci che non si finisce mai di essere figlie, non si finisce mai di essere madri.

 

La Migliore Commedia è “Finale a Sorpresa” la co-produzione argentino-spagnola firmata da Mariano Cohn e Gastón Duprat. Miglior Evento Speciale per il grande spettacolo messo in scena da “Elvis” di Baz Luhrmann. Miglior Grande Vecchio Film è “Crimes of the future” di David Cronenberg, che riesce ad essere avanti anche con una sceneggiatura scritta vent’anni fa. A proposito di grandi vecchi, la Migliore Serie Italiana è “Esterno Notte”, il “Salvate il soldato Moro” di Marco Bellocchio, mentre il podio ex aequo per la Migliore Serie Internazionale se lo spartiscono la rivisitazione di “Irma Vep” di Oliver Assayas e la fine del regno di Lars Von Trier in “The Kingdom: Exodus”.

In Quota Italia ci sono due film che mi sono rimasti negli occhi e nel cuore, e parlano di lutto, di senso di colpa, di responsabilità e d’amore: il nuovo “We are who we are” di Luca Guadagnino, ovvero “Bones and all” e “Piccolo corpo” di Laura Samani, che con grazia ti presenta Agata e il suo lutto, la sua isola, il freddo del suo viaggio, e lo fa diventare qualcosa che ti porterai dietro insieme a lei.

Il Miglior Filmaccio d’Azione non è “Top Gun: Maverick” per tutti i motivi che ho elencato qui ma il rollercoaster surreale dei Daniels che è commedia dramma fantasy wuxia animazione un frullato pop completamente diverso.

Menzione Speciale per la Palma d’Oro “Triangle of Sadness” di Ruben Östlund che anche con metà film ha talmente tante idee che si piazza tra le cose migliori dell’anno.

Fuori Categoria “The Fabelmans” di Steven Spielberg che ci racconta da dove viene quella sua capacità di farci sognare da cinquant’anni, di sua madre il cinema e di suo padre l’informatica, e di come una macchina da presa possa cambiare una storia.

E infine qualche Anticipazione di titoli notevolissimi già passati nei festival e che arriveranno (quasi tutti) nel 2023: “Gli spiriti dell’isola” di Martin McDonagh che come sempre ci ricorda come si scrive un film, “Decision to leave”, raffinatissimo drama-thriller di Park Chan-wook, “Pacifiction” del catalano Albert Serra, spy story indolente ambientata in una Polinesia decadente circondata da un vago senso di apocalisse, “Unrest” dello svizzero Cyril Schäublin, macchina di precisione che nella fabbrica di orologi racconta precisamente lo sviluppo dell’anarchia, l’odio nei confronti dello straniero nel “Cane di paglia” dello spagnolo Rodrigo Sorogoyen, “As Bestas”.
Ma la visione più potente dell’anno viene da due vulcanologi morti, omaggiati da Werner Herzog nel suo documentario “The Fire Within: A Requiem for Katia and Maurice Krafft”, una specie di episodio di Fantasia, ma con la tragedia.

 

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