Alla parabola di Ben Affleck manca solo una canzone di Springsteen

Di Barbara Belzini 07 Agosto 2021


In questo clima da dov’è la vittoria le porga la chioma, che ci ha preso totalmente di sorpresa perché in realtà siamo più pronti alla morte che a tutta questa gloria, mi viene spontaneo pensare ai perdenti. Non tanto a quelli di “It” di Stephen King che comunque alla fine sono tutti dei vincenti a parte il bibliotecario che rimane a Derry tutta la vita, ma a quelle storie di gente molto famosa (non sto parlando di Meteore eh) che a un certo punto non è più così tanto famosa e cominciano a vedersi delle foto dove sono anche parecchio imbruttiti a testimonianza del disfacimento, della disgrazia, di quello che aspettiamo sempre tutti, ovvero della discesa dall’olimpo delle star.
Una discesa relativa perché sotto il cielo di un’estate italiana è una meravigliosa coincidenza che il film che ha consacrato la rinascita di Ben Affleck, sceneggiatore da Oscar, regista da Oscar, attore da mezza classifica (se ne parlava in questo pezzo su Rosamund Pike), belloccio prima, devastato poi, si chiami “Tornare a vincere” (disponibile in streaming su Chili, Now e Sky on demand) e che la sua parabola di ritorno felice si concluda sullo yatch di J.Lo per vivere un’estate un’avventura in più.

Qualche anno fa hanno fatto il giro del mondo le foto di “Sad Affleck”, che dopo aver divorziato da Jennifer Gardner, ha esagerato con il bere, è ricaduto in depressione, è ingrassato, e i tabloid (ma anche i giornali seri) lo prendevano in giro chiamandolo “Dad Bod Batman”.

Lo stesso Affleck ha ripercorso la sua storia in una lunga intervista al New York Times che di fatto è la storia di Brad Pitt, di Robert Downey Junior, e noi, dopo averli irrisi, non vediamo l’ora di gioire per la loro riabilitazione.


“Tornare a vincere” è un classico coach movie, il protagonista è un alcolista che ha perso tutto, lavoro, casa, famiglia, ma era stato una star della pallacanestro e il prete gli chiede di tornare ad allenare la squadretta della scuola (e contemporaneamente di togliere i ragazzi dalla strada ecc. ecc.): è un film convenzionale, ma rispetto al classico coach movie è molto più dark, girato in stanze chiuse, buie, in uffici minuscoli, tutti luoghi nei quali Affleck si muove a fatica, e per essere il loser perfetto gli manca solo una canzone di Springsteen che dica una cosa come “it’s a town full of losers and I’m pulling out there to win”. L’attore sembra enorme, ingombrante, e non è stato così convincente da anni, e sicuramente non lo è stato nelle tute attillate di quel Batman amaro e depresso con istinti suicidi.

Non ricordo dove ho sentito quella battuta “Do you want redemption? Go to church”, che è esattamente quello che ha fatto Affleck: un film dove chiede perdono, a Dio e agli uomini.

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