Boris 4 e gli occhi del cuore sacro di Mattia

Di Barbara Belzini 29 Ottobre 2022

A 11 anni dal film esce una nuova stagione di “Boris” ed è come tornare a casa ma con l’algoritmo. Nata nel 2007, la serie culto ci riporta tutto a casa: René Ferretti, Stanis La Rochelle, Corinna Negri, Biascica, Duccio, e gli Sceneggiatori, si devono confrontare con le nuove modalità di produzione della serialità, le piattaforme, la politically correctness a ogni costo, l’inclusione di ogni diversità.

Mentre tutta Italia sta sottoponendo progetti alla piattaforma, la troupe de “Gli occhi del cuore” ha in produzione una fiction sulla vita di Gesù dove ogni volta che si ritrovano a dover girare una scena complessa, ad esempio la strage degli innocenti, gli sceneggiatori tirano fuori la collaudata formula del “Lodimo”, ovvero lo facciamo raccontare a qualcuno perché non abbiamo i soldi per metterla in scena davvero.

 

E una storia nuova, con i personaggi a norma, come canta Elio nella sigla. E una storia vecchia, dove loro sono ancora quei personaggi e noi siamo ancora lì a ridere con loro con un groppo in gola in più che è Valerio Aprea che fa Mattia Torre, lo sceneggiatore morto nel 2019.

 

Quando è morto Mattia Torre, ho chiamato in redazione e ho detto “Datemi il pezzo non voglio leggere un’Ansa asfittica, voglio piangere per Mattia Torre a boati come se non ci fosse un domani e parlarne con tutti e ridere e piangere ancora”. E ho pianto per tutto, su tutto, su Boris, sui libri, sul teatro, sui monologhi, su La linea verticale, e anche negli anni successivi ho pianto guardando Propaganda Live e Valerio Mastandrea e Valerio Aprea e guardando Figli e ascoltando sua moglie Francesca Rocca e guardando sua figlia Emma ritirare il David di Donatello. Perché noi che scriviamo di cultura e spettacoli, e viviamo di cinema teatro televisione concerti opera danza cercando disperatamente di tirarne fuori un tentativo di commento originale riconosciamo chi sa scrivere davvero.

 

E Boris se lo porta dietro Mattia, che continua a parlare agli sceneggiatori che sono gli unici a vederlo, e si porta dietro tutti noi, con la sua vena anarchica e surreale, con il Mariano Giusti di Corrado Guzzanti e i satanisti in area Pd per allargare il consenso, con i parenti di Giuda che sono palestinesi, ma della Palestina bassa, vicino a Vibo Valentia, con la fotografia alla Figueroa, con le donne di Maria la madre di Dio che fanno autocoscienza, con le massime zen del direttore della fotografia Duccio (“goditi la tua infelicità, la felicità ti porta più vicino alla morte”), con Nando Martellone che per essere Gifuni deve buttare giù la panza e leggere Pasolini in pubblico, con i cittadini pettegoli che raccontano tutte le imprese di Gesù, con il piccolo colpo di stato di René.

 

E meno male che l’inferno è pieno di quarte stagioni, così possiamo tornare a salutarci e a festeggiare. A festeggiare cosa? A questo poi ci pensiamo.

 

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