Scarpette rosse

Cosa guida un regista? Nessuno lo sa, neanche “Malcolm & Marie”

6 febbraio 2021 - Barbara Belzini

Nell’anno di Zendaya vincitrice di Emmy e futura concubina di Paul Atreides, nell’anno di John David Washington protagonista di Tenet, nell’anno del lockdown, Sam Levinson, sceneggiatore e regista della serie tv “Euphoria” richiama il cast di Euphoria, convince Washington e gira in California “Malcolm & Marie” (su Netflix), una sorta di pièce tetrale con due attori e unità di luogo tempo e spazio.

Malcolm è un regista, Marie è la sua fidanzata: Il film parte benissimo, dopo la première del suo ultimo film, e mentre lui è galvanizzato lei sembra risentita. A seguire carrelli che sbirciano i protagonisti dalla finestra, bianco e nero raffinato, spazi usati per movimentare una storia fatta solo di parole, dialoghi cinefili, attacchi alla critica cinematografica, una giusta tensione nel rapporto di coppia (“Ti lamenti di recensioni che non sono state ancora scritte”, dice lei), tra i due vola una serie di “Cos’hai?” “Niente”, fino a quando lei ammette il problema: il film è largamente ispirato al suo passato da tossica, e lui nel suo discorso non l’ha nemmeno ringraziata. Lui mangia. Discutono da bravi archetipi quali sono finché lei non azzecca una domanda disarmante, lui dà la risposta giusta e poi si scusa. “A cosa serve stare insieme? Ad avere qualcuno che ti dica quando sei uno stronzo” Amen to that e fino a qui tutto bene.

Ma questo è solo il primo atto: in quelli successivi M&M continuano a parlare e parlando qualcuno a un certo punto dice la cosa sbagliata, e la lite ricomincia, provano a ferirsi e poi si riconciliano, si parla di gravitas, colpe e vergogne e così gli antichi li abbiamo piazzati tutti, volano altre battute condivisibili “Sei probabilmente l’uomo più bisognoso con cui io sia mai uscita” e tante altre citazioni di film memorabili in un loop che mi ha ricordato la seconda parte del Don Chisciotte. Bella eh, ma non così diversa dalla prima, e qui gli atti sono cinque.

Ma c’è un secondo MA ed è quello principale, che a mio avviso rende tutta l’operazione poco sincera: in questo film girato con tagli sofisticati due attori bellissimi in un bianco e nero elegante si dicono cose intelligenti in una casa lussuosa: dovrebbero farsi male a parole e invece no. È un farsi male elegante, da gente superiore, e tu stai sempre lì ad aspettare la vera violenza, anche solo verbale va bene, ma non arriva mai. Ho avuto la stessa sensazione con “Marriage Story” (che ci mancherebbe è un film molto più articolato e complesso e compiuto di questo), dove la scena culminante, la grande lite, dove dovrebbero comparire tutti i veri orrori e mettersi in fila davanti ai protagonisti, è fragorosa nei modi ma trattenuta nei contenuti. E l’ho trovata ancora più straniante se paragonata a quella di un altro film in concorso a Venezia lo stesso anno, “Ema” di Pablo Larraín (un titolo completamente diverso ma che tra i tanti temi lascia ampio spazio anche alla relazione di coppia):  Ema e Polo si dicono cose orribili, soprattutto Polo dice a Ema cose orribili, scomposte, senza freno, senza rispetto, non si preoccupa di scendere di livello, non ha problemi di dignità da mantenere, non ha tensione di classe. Ed è giusto: queste preoccupazioni non hanno senso per i personaggi, ed è qui la scrittura di Levinson, che tanto parla di autenticità, mi sembra poco onesta.

“Malcolm & Marie” è un film del Covid, così come sono episodi del Covid i 2 speciali di Euphoria usciti recentemente, uno dedicato a Rue e l’altro a Jules, girati tutti in un solo ambiente, tutti affidati alla bravura degli attori in campo. E Zendaya che abbia le borse e il cappuccio in testa o, come in questo film, sia una dea egizia in un abito che immagino dorato, è sempre molto convincente (a dirla tutta, ha anche un personaggio scritto meglio di quello di Washington).

Nonostante la sua grande (necessaria) fluidità registica “Malcolm & Marie” è un film rigido, controllato, troppo lungo, troppo scritto. Vorrei però confermare che l’unica cosa alla quale posso ambire è fare la presentatrice del meteo nel notiziario locale.

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