Scarpette rosse

Da “Black Mirror” a “Death to 2020”: farebbe anche ridere, se non fosse spaventoso

2 gennaio 2021 - Barbara Belzini

Altro che bruciare calendari, nessuno è stato capace di congedarsi dal 2020 come i britannici: oltre allo storico addio politico, ci hanno lasciato una valanga di humour nero con “Death to 2020”, un film firmato dai creatori di Black Mirror Charlie Brooker e Annabel Jones che, al posto della sesta stagione di una serie distopica, hanno deciso di fare qualcosa di completamente diverso.

Prodotto da Netflix, il film è visibile solo in inglese ma con sottotitoli in italiano: surreale come un libro di Douglas Coupland, girato tutto tra interni e materiali d’archivio e concluso pochissimo tempo fa, “Death to 2020” è un “mockumentary”, ovvero un falso documentario, come “Zelig” di Woody Allen o il recente “Borat”, creato da Sasha Baron Coen. La struttura narrativa ripercorre, come tanti speciali di questi giorni, gli avvenimenti salienti accaduti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti durante l’anno appena trascorso, le elezioni americane, Donald Trump, Boris Johnson, la pandemia, tutto raccontato da finti testimonial interpretati da grandi nomi del cinema che prendono in giro sia la politica inglese che quella americana per poi farsi improvvisamente seria, come quando affronta la morte di George Floyd e le proteste del movimento BlackLivesMatter (“Ovviamente odio il virus, ma non finge di volerti aiutare, non gira nel quartiere con la scritta “proteggere e servire” sull’auto, prima di ucciderti”).

Samuel L. Jackson è un reporter del New Yorkerly News, Bark Multiverse (Kumail Najiani) è un ricchissimo amministratore delegato che quando sente il discorso di Greta Thumberg si sente toccato, pensa di fare qualcosa e infatti si costruisce un bunker personale dentro una montagna (“Ma la gente non la chiama egoista?” “Non lo so, è insonorizzato”), Jeanetta Grace Susan (Lisa Kudrow) è una strepitosa portavoce “non ufficiale” del partito repubblicano americano che nega tutto quello che va contro le opinioni che difende e il paradosso è che dovrebbe essere un ritratto ridicolo e invece è davvero tremendamente simile a qualcosa che vediamo e leggiamo nella vita reale.


Hugh Grant (che ultimamente è in stato di grazia, strepitoso anche in “The Gentlemen” di Guy Ritchie, disponibile su Prime) è lo storico Tennyson Foss, che cita come riferimenti reali “Game of Thrones” e “Star Wars”: un mondo di esperti, come quelli che quotidianamente parlano dalle nostre televisioni, al quale si affiancano un paio di personaggi comuni, una madre di famiglia che si rivela ovviamente essere una donna orribile, e uno invece molto interessante che avrebbe potuto avere più spazio, ovvero Gemma Nerrick (Diane Morgan), “una delle cinque persone più medie nel mondo”, che genialmente dice di aver passato la pandemia a guardare questa serie che si chiama “America” con continui colpi di scena e con costi di produzione esorbitanti.

Insieme alla satira e alla parodia ci sono un sacco di verità: sull’ambiente, “Davos è praticamente Coachella per billionari, e quest’anno fingere di interessarsi al clima era la loro priorità”, sulla società, “La polarizzazione è il problema della nostra epoca. E non solo in America, anche nel mondo reale. Che il dibattito sia su Trump o la Brexit o la scienza o il gender, che Dio ci aiuti, o la stessa realtà, non ci sono due parti che possano essere d’accordo, o che possano essere d’accordo sul disaccordo, o anche essere d’accordo sul fatto che il loro disaccordo possa essere disdicevole”, sul virus, “Abbiamo tutti visto le news. Era chiaro che il virus era in arrivo e che sarebbe stato devastante, ma nessuno voleva saperlo, per negazione, incredulità, o perché siamo tutti degli imbecilli”. Per non parlare delle vere dichiarazioni e azioni portate avanti da veri politici ai danni di veri cittadini: “Trump sembrava convinto che il virus fosse una di quelle cose che se ne vanno, se le ignori, come una vespa, o una moglie”. Farebbe anche ridere, se non fosse spaventoso: sembra solo irriverente, ma funziona perfettamente, perché ci ricorda di non dimenticare.

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