Doctor Strange nello striminzito Multiverso del già visto

Di Barbara Belzini 14 Maggio 2022


Quando nel 2016 ho visto “Doctor Strange” (per i pazzi che tengono i conti, fase 3 del Marvel Cinematic Universe o MCU) ho pensato che finalmente l’annuale (allora, bei tempi) film dei supereroi ci proponeva qualcosa di completamente diverso. In verità c’erano già stati i “Guardiani della Galassia” un paio di anni prima a tenere alto il morale di noialtri non fumettari, che ai muscoli e alle pose eroiche preferiamo un po’ di sano casino, molte esplosioni e una valanga di nonsense.

Nel primo film Benedict Cumberbatch come al solito è un genio antipatico: Stephen Strange è un chirurgo ricchissimo di fama mondiale che dopo un tremendo incidente stradale si ritrova disperato con le mani che tremano. Nel tentativo continuo di cercare una soluzione la trova come sempre nell’oriente profondo, là dove andava anche Bruce Wayne in “Batman begins” di Christopher Nolan (che sembra che non c’entri, ma c’entra). Il profondo oriente è una calamita per geni miliardari.

 

Insomma, Strange incontra Tilda Swinton che fa nientemeno che l’Antico e da lì il film diventa una cosa che ti fa cascare la mandibola come ha fatto il primo Matrix. Tutto si scompone e si ricompone in Dott. Strange, persone, spazi, ambienti, mondi, galassie, come se effettivamente tu stessi guardando qualcosa sotto l’effetto di un qualche allucinogeno (qui qualcuno ha coniato la locuzione La Marvel del drogarsi e io ancora lo ringrazio).

CGI mondiale, la libertà del mondo dei maghi, Strange che vince minacciando di tediare Dormammu a morte, quanta bellezza.

Dal 2016 al 2010 di Nolan, che c’entra perché Doctor Strange sembra un’evoluzione mistico-magica di Inception ovvero il film che ti fa viaggiare nel sogno (ma d’autore). Inception si profonde in spiegoni, ma quando hai i manipolatori dei sogni te ne potresti pure fregare degli spiegoni no? E infatti alla fine se ci pensi non te ne frega niente di capire come mai questi possono entrare nei sogni della gente, te ne frega della trottola, della Cotillard e dei figli, della città che si decompone e ricompone, di Gordon-Levitt che cammina sul soffitto. Sono quelli lì i momenti che ti fanno uscire dal cinema urlando con la testa tra le mani.

 


Dal 2010 al 2022 (è un articolo che viaggia nel tempo): pochi mesi dopo “Spider-Man: No way Home”, Stephen Strange si ritrova a dover spalancare le porte del multiverso e ad affrontare una nuova terribile minaccia con il moltiplicarsi di versioni possibili del nostro mondo, tentando di allearsi con uno dei personaggi più potenti dell’Universo Marvel, Wanda Maximoff (Elizabeth Olsen), sola e potentissima dopo gli avvenimenti raccontati nella serie “WandaVision”.


Ecco, se il primo film sul Doctor Strange aveva mostrato coreografie raffinatissime di palazzi impegnati in danze sinuose, introdotto un personaggio enigmatico e potente come l’Antico di Tilda Swinton, ragionato sui percorsi spirituali che possono portare un chirurgo ricchissimo e antisociale a diventare un maestro delle arti mistiche, questo secondo episodio, pur avendo a disposizione dei MULTIVERSI, investe meno sulla dimensione visiva assumendo disegnatori di multiversi veramente pigri, ripesca vecchi personaggi a man bassa, ne introduce di nuovi che durano un batter di ciglia, scivola verso l’horror (sono le parti migliori, e pure quelle vengono edulcorate), e si sviluppa su due filoni principali, la progressiva umanizzazione del personaggio di Strange, che si trova a confrontarsi con diverse (poco entusiasmanti) versioni di sé stesso, e la storyline del lutto di Wanda, che però abbiamo già visto in Technicolor in “WandaVision”.
Oh, li ho visti i fan entusiasmarsi per Sam Raimi, Bruce Campbell, la mano, la casa, “Drag me to hell”, capisco tutto, posso anche fare grandi cenni di assenso, ma io volevo il polpone con l’occhio gigante e paginate di Lovecraft, volevo inferni e cupezze, e tu mi dai Black Bolt?

E la love story, almeno la love story: volevo “I’ve crossed oceans of time to find you” e tu mi dai “I will love you in every universe”?

Volete il Multiverso della Follia? Guardate “The Suicide Squad” di James Gunn, che ops, è lo stesso che ha diretto Guardiani della Galassia, do not mistake coincidence for fate.

 

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