Guarda i muscoli del capitano nel cinema di Julia Ducournau

Di Barbara Belzini 31 Luglio 2021


Ormai non è cinema da statuetta se non inserisce almeno una canzone italiana anni ’60: dopo l’Oscar a “Parasite” con “In ginocchio da te”, ecco la Palma d’Oro per “Titane” e “Nessuno mi può giudicare”. In realtà nessuno può accusare Julia Ducournau di copiare, perché già nel suo celebratissimo “Raw” del 2016, presentato a Cannes alla Semaine de la Critique, dove aveva vinto il FIPRESCI, il premio della stampa internazionale, aveva inserito una stupenda “Ma che freddo fa”.
Probabilmente avrete letto qualche polemica, qualche dubbio di premio “compensatorio” al genere (l’unica altra donna che abbia mai vinto la Palma d’Oro è stata Jane Campion con “Lezioni di piano”, che è uno di quei film che nascono per vincere tutti i premi e mettere d’accordo tutti, perché le infila tutte giuste, dalla storia alla messa in scena alla bambina alla colonna sonora), forse qualcuno ha visto questo (il profilo Instagram di Moretti è una delle cose più belle che potete trovare in rete).

 

 

Moretti da sempre ironizza su un certo tipo di cinema (e sulla critica) e anche questa volta centra questo sentimento popolare: è tutto vero, nel film che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes la protagonista è una donna che rimane incinta di una macchina. Poi ci sono anche diversi omicidi, Vincent Lindon drogato e smarrito, pompieri che ballano (e prima ragazze che ballano strusciandosi sulle macchine).

 

 

Non è un film compatto, “Titane”, è un film di grande potenza visiva sparata in rosso e blu, e la storia che racconta non è all’altezza della sua visione. Ma io sono una persona timorosa, e ho un debole per gli audaci, anche quando sono fuori luogo e mostrano i muscoli come i bulletti da cortile. E negli anni ho visto così tanti film innocui, inutili e dimenticabili in concorso ai Festival che voi umani sareste d’accordo con me nel dire che non solo è giusto, ma che è sacrosanto che i Festival propongano “Titane” e “Benedetta” e cose che ci fanno saltare sulla sedia. E mi prendo anche l’album di foto casalinghe di Julia Ducournau al posto di tutta la filmografia di Bille August, che di Palme d’Oro ne ha vinte due.

 

 

Comunque, in attesa che esca in sala (l’ha comprato I Wonder, non c’è ancora una data di uscita italiana), se volete farvi un’idea del cinema di Ducournau, su Chili con i soliti due spicci c’è “Raw”, che è la storia di un’adolescente che va all’università e scopre il cannibalismo. Oh certo è anche una storia di crescita, di formazione, di scoperta, di prime volte, di tutti quegli elementi che ci sono sempre nei film con gli adolescenti, ma soprattutto è una storia di cannibalismo. In mezzo c’è gente che si butta davanti alle macchine, secchi di sangue buttati sulle matricole, una specie di love interest che quando la protagonista lo guarda non capisci mai se lo sta guardando con desiderio o se semplicemente ha fame. Ah, anche qui è tutto sparato in rosso o blu.

 

 

A Ducournau interessa il corpo, le sue voglie, i suoi istinti, la sua incontrollabilità, i suoi pezzi mancanti, la sua deformità, la sua debolezza quando viene invaso: in questo senso si è parlato tanto di Cronenberg per “Titane”, dove la macchina invade il corpo. Ma “Crash” è un film sull’ossessione, e solo in seconda battuta sul corpo, che dell’ossessione porta le conseguenze. In “Raw” il corpo morde, mangia, ruba, uccide. In “Titane” viene invaso, schiacciato, compresso, modificato, mortificato, fratturato.
Ma il corpo comanda nel cinema di Ducournau.

 

 

 

 

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