Sette note di Bag

I cavalli di Mimmo Paladino nella canzone e nell’opera lirica

13 ottobre 2020 - Eleonora Bagarotti

Sabato scorso, nel cuore della nostra città è stata inaugurata l’installazione monumentale di Mimmo Paladino: 18 sculture equestri che faranno compagnia, fino a fine anno, ai cavalli di Francesco Mochi. Che preferiate gli uni o gli altri, il dialogo tra epoche non solo è intrigante ma rimanda al movimento, con tutti i suoi significati simbolici. Non a caso, sono tantissimi i brani musicali, nell’ambito della musica operistica e leggera, che celebrano i cavalli. O, semplicemente, la cavalcata, selvaggia e irrefrenabile, delle passioni umane.
A partire da “Wild Horses” dei Rolling Stones, un pezzo epico scritto da Mick Jagger e Keith Richards, contenuto nell’album “Sticky Fingers” del 1971. Basterebbe quello per cogliere la grandezza dei Rolling Stones.
Personalmente, io metto sul podio “Who’s gonna ride your wild horses?” degli U2, canzone estratta come singolo dell’album “Achtung Baby” del 1991, prodotto da Steve Lillywhite, Daniel Lanois e Brian Eno. Per me, uno dei migliori dischi di fine secolo.


E come non citare “Horses”, esordio-capolavoro di Patti Smith del 1975, pietra miliare della storia del rock, che ha aperto la strada al nascente movimento punk utilizzando un nuovo linguaggio artistico.
Certamente è più di nicchia “Dark Horse” di George Harrison, la title-track dell’omonimo album del 1974 e nome che l’ex beatle ha dato alla sua casa discografica, ispirandosi a un’immagine su un contenitore di latta trovato durante uno dei suoi viaggi in India. Il cavallo ha 7 teste e raffigura Uchchaisravas, personaggio della mitologia indiana. Inoltre “Horse To The Water” è l’ultima canzone scritta da George due mesi prima di morire, nel novembre del 2001. Firmata insieme al figlio Dhani, in origine è stata interpretata dalla Jools Holland’s Rhythm and Blues Orchestra.
“Puoi portare un cavallo nell’acqua, ma non potrai farlo bere” canta George. Indomito, come il suo “dark horse”.

E che dire del mondo operistico, che spesso ha utilizzato i cavalli (ed altri animali, talvolta vivi e non solo rappresentati) nelle sue scenografie. Pensiamo all’“Aida” di Giuseppe Verdi, dove il cavallo si è spesso trovato in scena a far compagnia all’elefante.


Per non parlare di “Cavalleria rusticana”, prima opera composta da Pietro Mascagni che godette dii grande successo sin dalla sua prima rappresentazione, nel 1890 a Roma. A differenza di “Aida”, commissionata a Verdi per celebrare l’apertura del Canale di Suez (1868), qui i cavalli non sono solo un particolare scenico, ma simboleggiano la cultura rurale propria della civiltà siciliana contadina. Vi basti pensare che il libretto del melodramma di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci è tratto dall’omonima novella di Giovanni Verga.

Di battaglia in battaglia, si potrebbe passare in rassegna gran parte del mondo operistico. Con una citazione clamorosa, la più altisonante: la “Cavalcata delle Valchirie” di Richard Wagner, all’inizio del terzo atto dell’opera “La Valchiria”, il cui tema principale fu abbozzato nel 1851. Si tratta di un brano particolarmente intenso, di difficile interpretazione per gli orchestrali, tra i più conosciuti del Wagner sinfonico. La melodia e l’ampiezza dei suoni lo rendono un caposaldo dell’opera eroica, attinente alla guerra. Anche per questo motivo, il suo utilizzo in molte scene cinematografiche è vasto – si pensi solamente ad “Apocalypse now” di Francis Ford Coppola.

Fortunatamente il messaggio lanciato da Mimmo Paladino non è guerrafondaio bensì di rinascita, specialmente in un anno molto difficile come quello che già si avvia all’imbrunire. Di sicuro la musica può aiutarci a ritrovare il coraggio per procedere, cavalcando la tempesta.

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