“I may destroy you” oppure posso riscrivere la mia storia

Di Barbara Belzini 22 Ottobre 2022

Ci ha messo due anni, ma da qualche settimana è approdata su Sky “I May destroy you”, la miniserie creata, scritta, co-diretta e prodotta da Michaela Coel, vincitrice di quattro Bafta, 2 Indipendent Spirit Awards, e un Emmy per la Migliore Sceneggiatura.

La serie, una co-produzione HBO e BBC, affronta in modo crudo e provocatorio il tema del consenso sessuale, attraverso la protagonista Arabella, icona millennial dalla stessa Michaela Coel (Chewing Gum, Black Earth Rising) e i suoi amici, Terry, aspirante attrice (Weruche Opia), e Kwame, istruttore di fitness (Paapa Essiedu).

 

Arabella è giovane, bella, famosa, ha una specie di fidanzato italiano, molti amici. Celebrata come la “voce della sua generazione” dopo l’uscita del suo primo romanzo, “Chronicles of a Fed-Up Millennial”, la ragazza è al lavoro su una nuova uscita. Ma la sera prima della consegna della bozza, con l’obiettivo di scrivere tutta la notte, non trova la motivazione per proseguire e decide di uscire e raggiungere un gruppo di amici. La mattina dopo si sveglia con un taglio in testa, il cellulare rotto, nessun ricordo a parte flash disturbanti, e molte domande da parte di tutti quelli che le stanno intorno, ma nel mondo tracciabile tutto si ricostruisce e la ragazza comincia a indagare a ritroso sui suoi movimenti della notte. Comincia qui un percorso doloroso durante il quale Arabella dovrà affrontare tradimenti, traumi, paure, rifiuti, abbandoni che porterà alla risalita: fin qui sembrerebbe banale, ma non ci interessa la meta, quanto il viaggio.

 

Arabella and friends tornano avanti e indietro, nel tempo e nello spazio: Terry e Kwame la trascinano a corsi improbabili, sono con lei quando torna ossessivamente nel locale dove tutto è cominciato, e insieme a lei mettono insieme pezzi della sua storia, pezzi di Arabella e anche di sé stessi.

 

Ambientata in una Londra contemporanea “I may destroy you” dimostra tutta l’attenzione della sua autrice che riesce a coniugare brillantemente struttura, dialoghi e stile, momenti surreali, ironia e umorismo: nel suo mettere in scena la vita dei millennial, Coel immerge la struttura thriller dell’indagine nel presente della cultura musicale, moda, slang, comportamenti, immagine social, e la storia di un trauma individuale diventa quella di un trauma collettivo, generazionale (di Terry, di Kwame, della ragazza che alla stazione di polizia chiede ad Arabella se è la sua prima volta, del gruppo di supporto di donne di Theodora) per diventare una parabola di inclusione, di condivisione, di ricerca d’amore e di ricerca di un senso che non sempre si trova attraverso l’amore.
“Your birth is my birth, your death is my death” non è solo un modo di dire.

 

Tutti i protagonisti fanno un percorso di crescita e di trasformazione, e lo fanno insieme, supportandosi, litigando, scusandosi, ammettendo le proprie responsabilità, facendo i conti con quello che non vorrebbero ammettere, combattendo il senso di colpa sociale e quello personale, ma tornando sempre a essere quella necessaria famiglia ricomposta, baluardo ultimo di resistenza, finché il trauma diventa così comprensibile e così chiaro da poter essere capitalizzato.

 

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