“Il fronte interno” di Paola Piacenza con Domenico Quirico

Di Barbara Belzini 09 Aprile 2022


In un evento speciale organizzato all’interno del Premio Cat 2022 promosso da Cinemaniaci, domenica 10 aprile alle 10.00 al Jolly2 di San Nicolò ci saranno la regista Paola Piacenza, filmmaker e giornalista per il settimanale Io Donna del Corriere della Sera, e il giornalista Domenico Quirico per presentare “Il fronte interno: Un Viaggio in Italia con Domenico Quirico”.
La regista e l’inviato di guerra vanno alla ricerca dei fronti aperti nel nostro paese: passando per Milano, Aosta, Torino, Palermo, raccontano la scuola, un’istituzione che fatica a produrre un’idea di futuro, il fallimento di un grandioso progetto industriale, le isole di benessere che scoprono con stupore quanto radicalmente la realtà sia cambiata.
Al loro secondo film insieme dopo “Ombre dal fondo”, Piacenza e Quirico si interrogano sulla povertà, una questione dirimente già prima della crisi sanitaria e sempre più urgente alla luce della guerra recente, che impatterà in modo pesante sulla nostra economia, e incontrano uomini e donne scivolati in territori privi di certezze, che impongono riflessioni sui modi e sui limiti della narrazione.
Quirico pone domande importanti sulla povertà silenziosa, sulla consapevolezza sociale, sulla pietà e sulla carità, e raccoglie risposte altrettanto importanti, dall’utente del servizio di distribuzione farmaci gratuiti che dice “Adesso non mi posso permettere niente”, da chi vive in una roulotte a Torino e commenta “Abbiamo tutti la residenza qua”, da uno dei pochi operai della Fiat rimasti in fabbrica che conclude “Lotti per non perdere il lavoro, non per migliorare la tua condizione”.
“Il fronte interno” è un film sul presente, sul quotidiano di un paese in sofferenza, una riflessione sulla politica, e anche un viaggio alla ricerca del reale e di quel che resta della nostra umanità, che ci riporta davanti agli occhi qualcosa che conosciamo ma che dovremmo avere sempre in mente.

 

Ne abbiamo parlato con la regista Paola Piacenza, anche lei non ne è uscita uguale a prima.

Dopo “Ombre dal fondo”, che raccontava la storia di Quirico, il suo mestiere, il suo sequestro, avete deciso di lavorare insieme a un secondo progetto con un’idea completamente diversa: come nasce questo documentario?

“Nel primo film cercavamo le ragioni del mestiere, l’essenza del giornalismo per un inviato di guerra: è un film molto personale, siamo tornati sui luoghi della prigionia, siamo stati nel Donbass. Dopo quel lavoro siamo stati incoraggiati a lavorare ancora insieme, e l’idea di utilizzare la sua expertise di inviato di guerra a casa sua per me era molto interessante. Quirico è molto partecipe del dolore che racconta e in questo viaggio in Italia, che è il paese che lui ha frequentato meno, abbiamo trovato luoghi, situazioni, persone, che il suo sguardo è riuscito a trasferire. Abbiamo lavorato per quattro anni, iniziando prima della pandemia e proseguendo durante, ma la povertà era già una questione centrale prima dell’emergenza sanitaria. Durante la fase iniziale della diffusione del Covid ci siamo abituati a vedere le code ai servizi di distribuzione di beni di prima necessità, ma questa è una realtà con cui ci misuravamo già da anni”.

“Il fronte interno” mostra diverse situazioni a diverse latitudini del paese

“Abbiamo provato a raccontare la povertà in modi diversi, prima attraverso una farmacia che distribuisce medicinali a Milano e i servizi che offrono alloggi e cibo a Torino. Poi siamo andati a Palermo, dove abbiamo raccontato la difficoltà del lavoro degli insegnanti in un contesto di povertà educativa, che è la radice delle altre povertà, perché quando non hai strumenti per cambiare lo sguardo del mondo ti vedi immobile, in una situazione che non puoi cambiare. E infine siamo stati in Val D’Aosta, questa finta isola felice che tutti immaginiamo solo come luogo di vacanze, rifugi lussuosi e stazioni sciistiche, e che invece è la seconda regione più povera d’Italia”.

Nel film Quirico si chiede se il povero è silenzioso, se si nasconde, se si vergogna: quali sono state le reazioni delle persone che avete incontrato, intervistato o ripreso?

“Abbiamo trovato sia rabbia che vergogna, che sono due facce di una medaglia: non ti dovresti vergognare di essere povero, che francescanamente è “il prediletto di Dio”, ma in una società in cui l’unico valore è il successo, sentirsi poveri è un disonore, e provoca rabbia nei confronti degli altri, delle istituzioni e anche di chi fa informazione. Nel montaggio abbiamo scelto tra tante storie, ma abbiamo incontrato tanti no, ed è capitato che la visione della nostra camera provocasse reazioni molto intense, ad esempio nel campo profughi a Torino, che ho lasciato nel film.

Nelle note di regia lei ha scritto che questo lavoro “mi ha fatto sentire parte di una geografia umana”

“Lavorare a un documentario per tanto tempo non lascia mai indifferenti, io addirittura sono ancora in contatto con persone con le quali ho lavorato nel 2010, non li perdo e non voglio perderli. Non si esce bene da un viaggio di quattro anni dove incontri persone che non stanno bene e infatti ne sono uscita dolente, come mi aspettavo. E’ stato un percorso di grandissima ricchezza che mi ha permesso di capire meglio il posto dove vivo”.

Guardando il film mi venivano in mente le inchieste di Pasolini, voi a cosa avete guardato?

“Tutte le immagini che abbiamo visto, e io nella vita ho visto tantissimo cinema, sono dentro di noi e guidano le nostre azioni quando produciamo altre immagini: Pasolini è un punto di riferimento indimenticabile per la capacità che aveva di mettersi in relazione con la gente in tutti i contesti nei quali si trovava”.

“Il fronte interno” è prodotto da Luca Guadagnino, un regista che siamo abituati ad associare a mondi completamente differenti

“Guadagnino è un produttore di grande intelligenza ed è stato un supporto ineliminabile sia per questo film che per quello precedente: è un lavoratore attento e generoso che segue le produzioni contribuendo molto attivamente. E’ un uomo di cinema che ama il cinema in tutte le sue forme e quindi anche il documentario: trovo molto bello che abbia questa molteplicità di sguardi sulla realtà”.

 

 

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