Il giorno in cui ho incontrato “Piano Man” e non l’ho più lasciato

Di Eleonora Bagarotti 01 Dicembre 2020

Quell’album s’intitolava “Glass Houses”. Mi aveva subito colpito la foto di copertina: un tizio di schiena si specchia in una casa di vetro, in una posizione a metà tra un ballerino e un lanciatore di baseball. Quel tipo, vestito da motociclista, era Billy Joel e l’album, una volta aperto e appoggiato il vinile sul piatto, è stata una magnifica sorpresa. Da quel giorno, io Billy Joel non l’ho più lasciato.
Con lui, che ho intervistato lo scorso anno per Libertà, il filo viene mantenuto dai suoi concerti mensili al Madison Square Garden di New York, ai quali assisto ogni volta che vado in America. Devo confessare di organizzare la data della mia permanenza per vederne almeno due. Sono esperienze tutt’altro che ripetitive, quei concerti al MSG, un posto che ben conosco e dove mi sono sempre sentita a casa: sul palco c’è un grande artista come Billy Joel – circondato da moltissimi musicisti (il suo gruppo di sempre, coristi eccezionali, ma anche percussionisti di ogni genere e, soprattutto, il bravo e sexy Mark Rivera al sax – di cui mi infatuo ogni sera, lui vale almeno il 50% dello show) – che ripercorre il suo Catalogo e lo show si trasforma in base a tanti ingredienti. Ogni tanto, Billy estrae dal cappello qualche rarità e poi ospita un collega ad ogni concerto: Bruce Springsteen, Peter Frampton, Bryan Adams… il suo pianoforte ruota su un palco movibile, la pedana si allunga e scivola in mezzo agli spettatori.

Joel è artista residente al Madison Square Garden e da lì, si esce più galvanizzati che dopo una partita di basket o un incontro di pugilato. I newyorkesi lo adorano, del resto lui è un figlio di Long Island, luogo dove ha sempre abitato e dove tuttora scorrazza in moto, fermandosi con gentilezza quando qualcuno lo riconosce. Conosco newyorkesi che, una volta al mese, tornano per cantare insieme a lui i suoi più grandi successi. Ma attenzione: non stiamo parlando di una “baracconata”, Joel è un musicista con i controfiocchi. Il suo è uno dei cinque concerti rock più belli della mia vita, lo scrivo anche se ho difficoltà a sceglierne solo uno tra gli ultimi a cui ho assistito.

Ma torniamo al nostro primo incontro, quello della “casa di vetro”. Negli anni Settanta, in verità, Billy Joel aveva già fatto la sua comparsa, spesso e ingiustamente inviso alla critica e paragonato ad Elton John come sua “brutta copia” americana – molti anni dopo, con il collega pianista inglese collaborerà, tra qualche dissapore. E pensare che, sin dai primi album di Billy Joel, rimbalzano il rock’n’roll, il soul, una chiara matrice classica, il pop… e ciò nonostante l’esordio alla Columbia non è stato semplice, in contemporanea a uno come Bruce Springsteen. Ma già c’erano Piano Man, Captain Jack, You’re My Home… Non parliamo di “The Stranger”, l’album del 1977 (che mi sono affrettata ad acquistare dopo aver scoperto, da ragazzina, “Glass Houses” appunto). Accidenti, quel Billy Joel. Che pianista. Che autore. Che interprete. Esiste persino una raccolta di suoi brani arrangiati per arpa e questo vi dà l’idea del sinfonismo pianistico, ma anche corale e armonico, che possiede la gamma delle sonorità dei suoi brani. Melodici, in un modo perfetto che appartiene solo ai grandi – penso a McCartney, allo Sting dei bei tempi, a Paul Simon… Giri progressivi poderosi tra ballate suadenti, mai sfumate, sempre “impettite”, coinvolgenti. Se dovessi definire la musica di Billy Joel, direi che è una musica fatta con il cuore e con la schiena dritta. Ascoltatevi She’s Always A Woman e ditemi se non è così. Regge tuttora, come fosse stata scritta ieri. O, forse, in un Settecento mozartiano. Forse ha ragione Billy, anche se un po’ mi dispiace: “Perché scrivere e registrare nuovi brani, quando ho già tutto quel che voglio esprimere?”.

Il settimo disco della sua carriera contiene You May Be Right, It’s Only Rock’n’Roll To Me, All For Leyna, Don’t Ask Me Why. Questo traspare dalle finestre della casa di vetro. Ma il juke box di Billy si compone anche di Honesty, My Life, This Is The Time e, scavando a ritroso, di quella Uptown Girl che, come ci ha ricordato recentemente la serie tv “The Crown”, danzò Lady Diana per il compleanno dell’ex marito fedifrago. Ci sta tutto, nella musica di Billy Joel. Anche il tradimento, che fa parte dell’amore passionale, espresso dalla musica vera, e non dell’amore tiepido, espresso dalle canzoni di cui ci si dimentica dopo una stagione o che si danno per scontate come un mobiletto.
E chi ti molla più, caro Piano Man…

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