Il grande naufragio di Triangle of Sadness

Di Barbara Belzini 05 Novembre 2022

Un altro anno, un’altra Palma d’oro divisiva (vi ricordate quella dell’anno scorso?)
Ma meno male, ma evviva i premi che ci fanno discutere, i film che ci fanno litigare, gli autori amati e odiati come lo svedese Ruben Östlund (tre film, due Palme d’oro) che in realtà nessuno si scomodava ad amare o odiare più di tanto fino a questo nuovo “Triangle of Sadness”. Anzi: il suo “Force Majeure” del 2014, storia di una crisi familiare provocata (letteralmente) da una valanga è un titolo piuttosto osannato dal mondo cinefilo (si trova su Prime o si noleggia su altre piattaforme per pochi euro).

Ci sembrava che Östlund si facesse le domande giuste anche quando ha vinto la prima Palma d’oro con “The Square”, del 2017, che mette in scena una specie di teatro della crudeltà (ma molto pulito) ambientato nel mondo privilegiato del curatore del Museo di Arte contemporanea a Stoccolma. Un uomo fascinoso e potente, e ancora una volta un uomo in difficoltà. La sua sicurezza viene minata da tutte le parti: dalla giornalista con cui ha una breve relazione, dalle figlie, dai collaboratori, dal ragazzino che per caso finisce coinvolto nel furto dei suoi effetti personali. In una città dove la divisione tra ceti sociali è evidente, dentro e fuori dal museo volano domande importanti: “quanta crudeltà è necessaria per accedere alla nostra umanità?”, “Vi piacerebbe salvare una vita oggi?”, “Avete raggiunto i limiti della libertà di espressione che vi è concesso gestire?”, mentre la parola “aiuto” risuona per tutto il film. Quello che è maggiormente apprezzabile della scrittura di Östlund è che il film potrebbe prendere molte direzioni diverse, e mentre tu spettatore te ne aspetti tre o quattro tra quelle che conosci, lui te ne propone una quinta e una sesta.

E arriviamo al 2022 quando Östlund ha conquistato ancora Cannes con “Triangle of sadness”(ero alla proiezione stampa, non avevo mai visto tanti applausi a scena aperta) portando avanti con coerenza il suo cinema incentrato sullo smascheramento in chiave grottesca delle ipocrisie sociali. Östlund mette in scena i ricchissimi e li trascina in situazioni estreme ribaltando le gerarchie. In tre capitoli il film segue Carl (Harris Dickinson, l’attore inglese di The KingsMan), modello scartato al provino di una pubblicità e Yaya, modella e influencer di grande successo (Charlbi Dean, scomparsa per un malore alla fine dell’estate).

I due vengono invitati su una nave da crociera per super ricchi, guidata da un comandante marxista (Woody Harrelson) che è disgustato dalla sola idea di frequentare i suoi passeggeri, che comandano a bacchetta lo staff della nave bevendo champagne. La feroce critica al capitalismo di Östlund fotografa i tic di quel cinque per cento del pianeta che vive in una bolla, per poi arrivare, attraverso uno splendido naufragio, al rovesciamento dei rapporti di forza nell’isola deserta.

La prima parte del film, dal casting al naufragio, è divertente, dissacrante, rivoluzionaria, piena di idee. La gestione dei registri dal satirico al grottesco fino ad arrivare al dramma umano è perfetta. Vi ricordate De Gregori? Qui dolore e spavento non è solo per la terza classe. Arrivati al terzo atto, sull’isola, il film perde tensione, tutta questa wertmullerizzazione diventa didascalica e Östlund smette di sorprenderci.
Ma anche con metà film si piazza nei dieci titoli migliori dell’anno.

 

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