Il più grande regista americano contemporaneo

Di Barbara Belzini 02 Ottobre 2021


E’ uscito il trailer di “Licorice Pizza”, il nuovo film di Paul Thomas Anderson (d’ora in avanti PTA, del resto è così che lo chiama il mondo cinefilo, poteva andargli peggio) e per un giorno intero il mio telefono è stato in ebollizione: una rubrica intera di contatti in escandescenze, che te li immagini girare urlando per casa come Joaquin Phoenix in “Inherent Vice”.

Svenimenti, folle esagitate, rewatch infiniti, tutti a cercare di cogliere capire interpretare anticipare e ovviamente tutti a ribadire il proprio amore per PTA, che, come mi ha detto via vocale infinite volte un amico di Tor Bella Monaca di quelli che quando li senti ti sembra di essere al telefono con Gianfranco Funari “E’ IL PIU’ GRANDE REGISTA AMERICANO CONTEMPORANEO”.
Giacché siamo arrivati in tanti ormai a quel punto di cinismo in cui non solo capitalizziamo i nostri consumi culturali ma anche le conversazioni tra amici, questo micro avvenimento mi offre lo spunto per ripercorrere una carriera CLAMOROSA (le maiuscole sono per rassicurare la comunità cinefila, anche io credo che PTA sia il più grande eccetera).
PTA arriva all’attenzione collettiva grazie a “Boogie Nights” nel 1997 (Comunità cinefila, qui è dove ti offro la mia bianca gola scoperta e ti confesso che non ho mai visto “Sidney” il film d’esordio del 1996 passato a Cannes nella sezione A Certain Regards).

“Boogie Nights”, ambientato nel mondo del porno nella San Fernando Valley tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ‘80, è un film che racconta perfettamente l’ascesa e la caduta di una comunità attraverso lo sguardo su una “famiglia” cinematografica, e oltre ad aver piantato il nome di Anderson nelle nostre teste a lettere di fuoco ha lanciato la carriera di Mark Whalberg e consolidato quella di Philip Seymour Hoffmann, Heather Graham, Don Cheadle, per non parlare di Burt Reynolds e Julianne Moore, che si portarono a casa una nomination all’Oscar cadauno.

Nel 1999 esce “Magnolia”, titolo epocale che parte con un inizio folgorante con tre episodi drammatici raccontati in modo quasi divertente per poi precipitare tutti i personaggi di un film corale in un abisso di disperazione, di padri e figli che si odiano, di persone che stanno per morire, di morte, di dolore, di bambini feriti. Tutti ci ricordiamo almeno il predicatore di Tom Cruise e la pioggia di rane, ma sono altrettanto memorabili le scene di Julianne Moore che sbrocca in farmacia o il dolce infermiere di Hoffmann e le sue riviste porno. Con tutto quello che c’è dentro “Magnolia” uno sceneggiatore normale ci campa per cinque film, e invece PTA si gioca tutto in una mano sola, come a Texas hold ’em, e ancora una volta viene ricoperto di premi e nomination.

Tanto era complesso e barocco “Magnolia” tanto sembra semplice “Punch-drunk love” del 2002, che, stringi stringi, è la storia (sempre girata magnificamente, sempre messa in scena splendidamente) di un fallito che trova l’amore e rimette in sesto la sua vita.

E poi vabbè nel 2007 arriva “Il petroliere” che è unanimamente considerato uno dei film più belli del XXI secolo: l’epopea del “padre” Daniel Day Lewis, minatore alla fine dell’ottocento, è una storia epica di avidità e corruzione, ambientata in un mondo di uomini meschini e imbroglioni. Una storia senza luce in uno scenario che passa dalla luce abbacinante al nero del petrolio. Una storia sporca di bitume sangue polvere.
Molto meno compatto è “The Master” del 2012, dove i due personaggi al centro della narrazione sono Philip Seymour Hoffmann e Joaquin Phoenix, un santone e il suo discepolo, in un racconto troppo ambizioso che cerca di tenere insieme la sfolgorante visione del regista con la velleità strabordante dello sceneggiatore: troppa testa e poco cuore, soffre la storia, volano le sequenze magnifiche nel nulla.

Nel 2014 Anderson presenta un altro film che sembra sia minore che strampalato rispetto alla sua filmografia: in realtà “Inherent Vice”, adattamento dall’omonimo inadattabile romanzo di Thomas Pynchon è assolutamente nelle corde del regista e del suo interprete, ancora Joaquin Phoenix nei panni dell’investigatore privato Larry “Doc” Sportello nella Los Angeles degli anni ’70. E vivaddio è un film invero strampalato e divertente.

E infine nel 2017 c’è quel gioiello de “Il filo nascosto”, storia d’amore di ossessione di (quasi) morte, film di cesello raffinato, di micro-inquadrature precise, rigoroso come i suoi protagonisti, frutto di un lavoro di cura maniacale esattamente come quello del sarto che vi viene ritratto. Zeppo di suntuose inquadrature e di chiarissimi richiami al grande cinema del passato, tra Truffaut, Hitchcok, Ophüls, Kubrick, girato (ovviamente) in pellicola, praticamente tutto in interni e prevalentemente nello stesso ambiente, “Il filo nascosto” è ambientato nella Londra degli anni ’50 dove Reynolds Woodcock (Daniel Day Lewis) è il proprietario di una maison di abiti di lusso, veste nobili, principesse e a malincuore qualche arricchita. La sorella Cyril gestisce la firma e anche il turn over di ragazze nella vita del fratello, scaricandole con grazia quando lui si annoia di loro. In questa routine rigidamente organizzato arriva la giovane Alma (Vicky Krieps, una visione), che viene trascinata via dal suo lavoro di cameriera nella brughiera inglese per assumere il ruolo di modella amante musa lavorante, al pari di tutte quelle che l’hanno preceduta. Ma Alma possiede a sua volta una sorta di testardaggine ossessiva che la conduce verso vie azzardate e gesti disperati. Una storia d’amore totalmente atipica, dove l’amore passa attraverso canali non convenzionali, la sofferenza del corpo e non quella dell’anima. Ma è soprattutto il gesto estremo che travolge Woodcock, l’estetica del gesto, l’intenzione dietro al gesto, l’amore profondo e differente accompagnato dal possesso, dalla gelosia, dal desiderio, tutti sentimenti espressi a livelli altissimi, quasi ferini. L’amore nella sua versione più pura, astratta e viscerale nello stesso tempo. Una storia che è come un balletto, una danza coreografata con estrema grazia: e se i modi di Alma non sempre sono all’altezza delle esigenze di un sempre intollerante Reynolds, la lucida purezza della sua decisione oltrepassa le sue aspettative e lo rende schiavo d’amore. Niente Oscar neanche per questo film, ma ci vorrebbe un premio speciale solo per Woodcock che se la prende con la parola “chic”.

Non è ancora stata annunciata la data dell’uscita italiana di “Licorice Pizza”, dovrebbe essere entro fine anno ma questo trailer e questo cast, e Cooper Hoffmann e Life on Mars e insomma lo abbiamo già visualizzato in cinque milioni, qualche motivo ci sarà

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