Sette note di Bag

Il sax di Charlie Parker e il significato della libertà

1 settembre 2020 - Eleonora Bagarotti

A New York c’è uno storico club, il Birdland, chiamato così in onore di Charlie “Bird” Parker, di cui ricorre il centenario della nascita (il 29 agosto 1920, a Kansas City). Il minimo, per il gigante della musica che è stato. Con Louis Armstrong e Miles Davis, il più influente jazzista di sempre, l’inventore del Bebop, un sassofonista impareggiabile che ha imposto uno stile e un modo di suonare unici, con ricaduta su tutti i musicisti che hanno, dopo di lui, imbracciato un sax.

Ascoltate Parker suonare in una stanza d’albergo, quando i mezzi di registrazione erano davvero ridicoli rispetto ai miracoli tecnologici odierni. In quei nastri, suona il sax insieme a Dizzy Gillespie e mescola in totale libertà lo stile soave di Lester Young con “Gut Bucket Blues” di Armstrong, tra citazioni di Duke Ellington ed altri. Le radici del Bop in un battito d’ali.
Ascoltate Parker suonare a Kansas City insieme al chitarrista Efferge Ware: i due raggiungono un’intimità disarmante e questo è qualcosa che qualunque musicista, in duo, chiama magìa perché, a quel livello, è un incantesimo molto raro, l’incrocio di due anime di portata sovrannaturale.
Quelle esecuzioni testimoniano quanto la personalità di Parker sia stata la chiave per aprire la porta al Jazz moderno. Non penso mai al termine personalità come a qualcosa di inerente alla sola musica o all’arte perché un artista così immenso, deve per forza, per forza di cose, metterci del suo. Sporcarsi le mani nelle proprie ombre, e sapere come tirarle fuori.

I jazzisti, in particolare quelli del suo calibro, questo lo hanno sempre fatto. Eppure Charlie, che dipendeva dall’eroina sin dall’adolescenza – lo racconta molto bene il biopic di Clint Eastwood, “Bird” (1988), interpretato da Forest Whitaker -, attraverso la sua musica spiccava il volo al di sopra delle proprie sofferenze. Un volo glorioso, un vero e proprio eroismo musicale in un periodo in cui gli ostacoli, per uno come Parker, erano anche sociali, dal razzismo alla brutalità della polizia (tornata alla ribalta delle cronache d’America, negli ultimi tempi), oltre a quelli “imposti” dall’eroina. Rimane purtroppo innegabile che, all’epoca di Charlie, l’uso di alcol e di sostanze stupefacenti nel mondo del Jazz ne costituisse un elemento costante. L’attitudine “libertina” conduceva sempre a disgraziate disavventure – nel caso di “Bird”: licenziamenti e sfratti, arresti e ricoveri in manicomio.

I suddetti ascolti, così come il film diretto da Eastwood (l’attore e regista, che ha appena compiuto 90 anni, è un grande estimatore di musica jazz), non sono che tre sassolini in un immenso stagno. Spero possano propagarsi, e mi rivolgo soprattutto a chi non è un esperto di Jazz, ma crede nella beatitudine delle note. Quello di Charlie Parker è un sax capace di lanciare gli stessi ascoltatori al di sopra delle brutalità della vita: “Bird” non solo sapeva volare, era anche il tipo che dava un passaggio a chiunque lo ascoltasse.

 

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