Scarpette rosse

Il social dilemma al quale non c’è soluzione

17 ottobre 2020 - Barbara Belzini

Non facciamo altro che ripetere che viviamo in una bolla di contatti virtuali che ci assomigliano e che ci rassicurano: se sappiamo questo, sappiamo anche che le persone intorno a noi sono coscienti di come sia costruita la propria “realtà aumentata”, e di quanto sia diversa dal mondo reale o dalle altre bolle virtuali (che comunque contribuiscono ad alimentare il giro dell’informazione del mondo reale).
Da qualche settimana su Netflix (piattaforma che come tutti analizza i nostri dati e decide cosa proporci in base a quello che abbiamo già visto) è comparso “The Social Dilemma” di Jeff Orlowski, documentarista ambientale, vincitore di Emmy.

“The Social Dilemma” comincia scomodando i greci e la parola “maledizione” e poi mette in scena una serie di interviste a personaggi di alto profilo che hanno lavorato per i colossi del web, Google, Facebook, Instagram, Reddit, Pinterest, che poi se ne sono andati per problemi di tipo etico e sono diventati “pentiti” della rete. Capitanati da Tristan Harris, voce principale, dapprima consulente etico per Google, poi presidente e co-fondatore del Center For Human Technology che è partner del documentario, i testimonial usano frasi ad effetto come “il capitalismo della sorveglianza”, “manipolazione delle cavie”, “ciuccio digitale”, citano “The Truman Show”, “Terminator”, “Matrix”, e soprattutto si concentrano sugli adolescenti, messi in scena tramite una (bruttissima) fiction che mostra un ragazzino addicted e depresso che finisce per essere arrestato in una manifestazione perché “istigato” dagli operatori dei social network.

Il documentario ha girato parecchio e quindi Facebook ha replicato con un comunicato stampa dove, pur riconoscendo di aver commesso errori, dichiara di aver già messo in campo azioni a contrasto delle fake news, di aver arginato l’influenza dell’utilizzo di Facebook in contesti elettorali, ecc. ecc., tutto molto istituzionale come nel loro stile. Soprattutto cercano di rassicurare gli utenti (“users” appunto, come i drogati): “Tu non sei il prodotto”, scrivono, che è esattamente il contrario di quanto sostengono gli esperti nel documentario.
Abbiamo tutti milioni di esempi davanti agli occhi: ho fatto una ricerca on line subito dopo aver guardato il film e mi è apparso un annuncio per scaricare un’app che possa dire ai miei figli sui loro rispettivi device quando è ora di andare a dormire e fare di me un genitore rassicurante, rassicurato e in pace con la propria coscienza perché vigilo sui miei cuccioli, ma che meraviglia, e adesso cosa dovrei fare? Ringraziarvi per aver intercettato (o spiato) (e interpretato come preoccupazione) un mio interesse e scaricare la app o gridare al Grande Fratello?
Quello che manca totalmente in “The Social Dilemma”, mentre continua a raccontare il ruolo svolto dal social cattivo, la dipendenza, le fake news (a un certo punto qualcuno dice che le fake news girano tanto perché “la realtà è noiosa” e questo sarebbe stato un tema da approfondire), lo shaming, il supporto veicolare a politiche di odio e persecuzione in nome del click, è la voce di quella parte della rete che aiuta trovare donatori di organi, che riunisce famiglie, che supporta le politiche dal basso, Greta Thunberg, il movimento ambientalista, lo stesso Black Lives Matter, nessuna di queste cose sarebbe stata possibile senza le persone costantemente connesse a testimoniare fotografare comunicare svelare connettere.
Lo sappiamo che la rivoluzione non si fa con gli strumenti del sistema, ma questa è un’opera di denuncia totalmente sbilanciata che spaventerà chi è già spaventato, lascerà indifferenti chi pensa di avere il controllo e non di essere controllato e forse (è un grande forse) fornirà a chi è totalmente digiuno di questi argomenti qualche spunto di riflessione (ma dato il taglio del film, il profilo degli intervistati e il linguaggio utilizzato mi permetto di dubitarne).

Nella parte finale c’è un momento di speranza, qualche timida proposta sicuramente non risolutiva e alcuni consigli pratici, come disinstallare app e notifiche, non guardare video consigliati, analizzate le fonti, vigilare sui figli (se dovessi proprio tirar fuori una moraletta, direi: Scegli sempre, e soprattutto scegli di essere una persona educata): non si fa mai un solo cenno a tutti gli strumenti alternativi a quelli delle grandi big company.
Recentemente ho visto “Imprevisti digitali”, un filmetto francese decisamente surreale

che racconta la storia di tre amici che per motivi diversi sono diventati schiavi delle intelligenze artificiali, ed erano così umani e divertenti nell’imperativo categorico di proteggere la propria immagine social che ho cominciato a riflettere su quanto sia automatico ormai controllare e proteggere (o pensare di controllare e proteggere) la propria immagine social. E a quanto il fatto che io sia Generazione X (ovvero i nati tra il 1965 e il 1980, il termine viene dal bellissimo libro di Douglas Coupland, e sono anni che aspetto una serie tv tratta dal suo libro “Girlfriend in a coma”, titolo che a sua volta viene da una bellissima canzone dei The Smiths e qui non ve lo posso dire cosa aspetto da anni perché ho smesso di aspettare) incida sulla mia capacità di controllare (o pensare di eccetera) la mia immagine social. La ricetta per “fare buon uso” degli strumenti social non ce l’ha nessuno, tanto meno noi Generazione X che ancora fatichiamo a superare Mark Renton che ci etichettava correndo “Scegliete la vita. Scegliete un lavoro. Scegliete una carriera. Scegliete la famiglia. Scegliete un maxitelevisore. Scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita”.

E infatti, ogni volta che gli adolescenti sui social mi sembrano ridicoli, mi ricordo di ringraziare gli dèi per non avere avuto i social quando avevo 16 anni. E quindi, essendo io una fanatica del controllo mi piace continuare a illudermi di avere il controllo, ma devo ammettere che mi sento più vicina di quanto vorrei alla protagonista di un episodio di un’altra serie molto citata in “The Social Dilemma”, ovvero “Black Mirror” di Charlie Brooker. Posso andare avanti all’infinito a celebrare le lodi della prima puntata, “The National Anthem”.

Ma quella che mi ha scosso davvero è “Nosedive” perché vede chiarissimo la Lacie Pound in me.

 

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