Scarpette rosse

“I’m not just a me but I’m also a we. And we march with pride”

27 giugno 2020 - Barbara Belzini

Mancano le parate (eccome se mancano), ma è comunque il mese del Pride, e, nell’attesa del “Global Pride 2020”, dove per 24 ore su un canale dedicato andranno in onda spettacoli, concerti, interventi di attivisti e di personaggi pubblici, sono moltissime le opportunità di visioni a tema LGBTQ+.
Per fortuna gli ultimi anni sono stati ricchi di serie tv e film, non solo sempre necessariamente d’autore, che cominciano a cambiare la nostra “eterovisione” del mondo.
Ma se vogliamo capire qualcosa in più, c’è un libro fondante che racconta molto efficacemente la storia della rappresentazione delle persone omosessuali al cinema, ed è “Lo schermo velato” dell’attivista Vito Russo, uscito nel 1984, dal quale è stato tratto un documentario omonimo altrettanto eccellente nel 1996, diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman.

Senza la pretesa di essere esaustiva (e sicuramente con citazioni parziali di tutte le mie cose preferite), Russo parte dagli esordi dal cinema e arriva fino a metà degli anni ’80, parlando di tutto, dal leone “Sissy” del mago di Oz al codice Hays in vigore da metà anni’30 a metà anni ’60,  in quegli anni in cui i registi giravano film dove il sesso grondava dagli schermi, ma niente baci lunghi per carità, e niente omosessuali (e se proprio ci devono essere personaggi omosessuali, che siano cattivissimi o che muoiano male, come in “Quelle due” di William Wyler) e viene da ridere se si pensa a “Nodo alla gola” di Alfred Hitchcok del 1948, a “Gioventù bruciata” di Nicholas Ray del 1955, ai film tratti da Tennesse Williams, “La gatta sul tetto che scotta” di Richard Brooks del 1958 o “Improvvisamente l’estate scorsa” di Joseph L. Mankiewicz del 1959.

Storicamente il movimento nasce a Stonewall nel 1969, e negli anni ’70 cominciano ad apparire i primi film interessanti: “Domenica maledetta domenica” di Schlesinger del 1971, “Cabaret” di Bob Fosse del 1972, “Sebastian” di Derek Jarman del 1976, in Italia ci sono Pasolini e Scola (e prima c’era stato Visconti). Negli anni ’80 tutti i personaggi migliori nel cinema europeo erano tutti apertamente gay, Guy Bennett in “Another Country” di Marek Kanievska, Maurice Hall in “Maurice” di James Ivory, Omar e Johnny di “My beautiful laundrette” di Stephen Frears, i ragazzi e le ragazze dei film di Pedro Almodóvar, uno dei grandi cantori dei personaggi LGBTQ+, senza dimenticare il torbido e psichedelico “Querelle de Brest” di Rainer Werner Fassbinder, del 1982. Meanwhile, anche negli States qualcosa si muove, compare il personaggio lesbico di Cher in “Silkwood” di Mike Nichols nel 1983 e ATTENZIONE NON MUORE. Tra il dramma e la commedia brillantissima, titolo di culto è “Amici, complici, amanti” del 1988, trasposizione cinematografica di “Torch Song Trilogy” scritto da Harvey Fierstein, magnifico protagonista sia a teatro che al cinema.

Gli anni ’80 sono anche quelli in cu si comincia a parlare apertamente di AIDS: lo sappiamo tutti, adesso, siamo capaci tutti, adesso, siamo informati tutti, adesso. Allora era un’altra cosa, dovremmo sapere anche questo.

E poi, nel 1992 arriva Tom Hanks con Andrew Beckett, il giovane avvocato gay malato di AIDS che fa causa allo studio legale per cui lavora per discriminazione, vince la causa, vince l’Oscar, vince tutto. È vero che “Philadelphia” è un film sulla “malattia”, ma è soprattutto un film sui diritti, sull’amore, sull’identità, su Tom Hanks che salva il mondo e ristabilisce la giustizia.

“Philadelphia” con tutti i premi, gli incassi, la canzone di Springsteen, ha talmente tanto successo che cambia il mondo davvero, è quasi tana libera tutti: sempre nel 1992 esce anche un altro film notevolissimo, molto meno noto ma fortissimo per quanto riguarda il racconto della risposta “vitalissima” alla malattia, “Notti selvagge” di Cyril Collard, storia autobiografica dello stesso artista morto di AIDS pochi mesi dopo il film. Su positività, attivismo, vitalità e disperazione non possiamo non citare il recente “120 battiti al minuto” di Robin Campillo, che però è ancora ambientato negli anni ’90, mentre sulla positività dei giorni nostri la rappresentazione è praticamente assente: aspettiamo di vederla sullo schermo nel giro di un paio d’anni, nel film che sarà tratto dal libro “Febbre” di Jonathan Bazzi, finalista al Premio Strega 2020 (qui mi permetto un’autocitazione).

Comunque dagli anni ’90 in avanti i film con personaggi LGBTQ+ aumentano, alcuni sono pregevoli, altri più tagliati sulle aspettative del pubblico etero, altri ancora usano l’omosessualità come plot device, ma gli autori trovano sempre più spazio e tra questi i più interessanti sono ancora Derek Jarman con i suoi personaggi storici rivisitati, gli adolescenti autodistruttivi di Larry Clark, Gregg Araki, Gus Van Sant, i racconti raffinatissimi di Todd Haynes e François Ozon, e, in anni più recenti, Elio e Oliver di “Call me by your name” di Luca Guadagnino, tutto il cinema di Xavier Dolan, Céline Sciamma che con “Ritratto della giovane in fiamme” ha fatto un film senza neanche un uomo in scena.
E poi ci sono le serie tv: qui i personaggi LGBTQ+ hanno forse trovato la dimensione perfetta per cambiare finalmente il racconto eteronormato. Ne cito due, le mie preferite: “Sense8”, prodotta da Netflix e diretta da Lana e Lilly Wachowski, sceneggiatrici e registe, le famose sorelle transgender, ex Wachoski Brothers della saga di Matrix: 8 ragazzi che vivono in diverse parti del mondo, nati lo stesso giorno, scoprono di essere “connessi” telepaticamente e empaticamente: sono sensate, parte di una cerchia. Si possono “visitare” pur senza essere nello stesso luogo e possono “condividere” le abilità e le conoscenze degli altri: mentre si incontrano si rendono conto di essere braccati da una società che fa esperimenti su di loro (classico topos narrativo del “diverso”).
Sense8, nel suo raccontare la lotta tra buoni e cattivi, è stata una strepitosa celebrazione di amore collettivo e giovinezza splendente, una serie che ha fatto dell’inclusione, e della celebrazione dell’inclusione, una cifra di normalità. Sense8 ha spazzato via dal tavolo tabù e morale comune, facendo politica in ogni scena: i suoi protagonisti sono trans, gay, killer, drogati, hacker, hanno esperienze sessuali di gruppo con naturalezza estrema e sono tremendamente sexy. Magnificamente girata e coreografata, mescola spettacolari scene d’azione con momenti intimi e romantici senza dimenticare né il passato dei protagonisti né la story line orizzontale. È una serie che va oltre il mero concetto di famiglia, oltrepassa proprio il concetto di solitudine. La sua grande forza è emozionale: ti fa sperimentare cosa significa aver bisogno di aiuto e sapere con certezza di avere sempre sempre qualcuno al tuo fianco.

E poi c’è “Euphoria”, la serie prodotta da HBO e proposta in Italia da Sky, popolata di adolescenti che vogliono volare mentre sono ventre a terra nel fango. “Euphoria” è, tra le tante altre cose, la bellezza dell’amore tra Rue (Zendaya) e Jules, (Hunter Schafer, una rivelazione), diafana ragazza transgender arrivata da poco in un luogo che è fatto solo di sobborghi, di aule, di stanze, di locali, di supermercati, luoghi che esistono solo per essere illuminati da questa manciata di quasi adulti. “Euphoria” è una ricerca continua, di un posto nel mondo, di qualcuno da amare, di pace, di vita, di identità e rappresentazione sociale, di rabbia, di disperazione, di futuro, di sopravvivenza, di casa, di famiglia, di amicizia, di giovinezza. “Euphoria” è avere quell’assoluta innocenza mischiata ad una terribile voglia di sperimentare qualsiasi cosa, di provare quelle sensazioni furiose e totalizzanti, di credere in qualcosa o in qualcuno, anche solo per un po’, di andare via, e spargere sale dietro di te.

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