Scarpette rosse

It’s the eye of the tiger it’s the thrill of the fight è la Regina degli Scacchi

28 novembre 2020 - Barbara Belzini

Attenzione Spoiler: se non siete tra i (pare) 62 milioni di utenti che hanno già visto “La regina degli scacchi” badate che questo articolo svela sia la trama che il finale.

Capita spesso di leggere di un film, di un libro, di una serie, di cui tutti parlano, che è l’hype del momento, che piace a tutti quelli che conosci e pure a quelli che non conosci ma che leggi e di cui ti fidi, e quindi ti ci butti come in piscina d’estate e spesso non fai altro che salire a bordo del treno e aggiungere il tuo chiacchiericcio compiaciuto agli altri chiacchiericci compiaciuti.
E più raramente invece capita che quello che aveva tutte le caratteristiche per piacerti ti lascia invece con un senso di delusione più o meno profonda. E allora penso di avere torto, di non avere colto, di non avere gusto, mi denigro in gran quantità e poi passo attraverso tutte le fasi del lutto prima di arrivare all’accettazione e ammettere che no, non mi è piaciuto, no. Se poi si tratta di un prodotto pop tutto questo travaglio è ancora più faticoso perché io non sono una particolarmente raffinata, ho la lacrima facile e un noto debole anche per “robaccia” commerciale.

E comunque, negli ultimi anni mi è successo con “Stoner”, che ho trovato lento e noioso (ma con un buon finale), con “Knives Out”, dove davvero non potevo credere che avessero tirato in ballo tutto quel cast per quella sceneggiatura minore, e recentemente con “La regina degli scacchi”, la produzione Netflix (pare) più guardata della storia (breve) della piattaforma.

La storia di Beth Harmon (Anya Taylor-Joy), l’orfana con una buona serie di traumi alle spalle che scopre il proprio enorme talento per gli scacchi, ritrova una specie di madre, diventa una donna stilosa e sbaraglia un universo maschile parlando pochissimo, bevendo come uno scaricatore e drogandosi di brutto era decisamente un prodotto che mi doveva piacere, e tanto, invece puff, tutto svanito in una nuvoletta di “ma dai, è tutto qui?”


Eppure la miniserie ha molti punti a suo favore: è corta, gradevole, ha un design curatissimo, fila via liscia liscia e si vede in una giornata, e qua forse comincio a intravedere qualcosa che mi infastidisce. Tutta questa scorrevolezza. Questa assenza di spigolosità. Questa scarsa quantità di vero dramma, di melodramma. Questa favoletta innocua e garbata dove lei sarà anche alcolista e drogata ma è sempre bella ed elegante, mai gonfia sciatta e disperata. Questa ricetta perfetta: un po’ di traumi, un po’ di dipendenze, una specie di Asperger, l’amica che non vedi da dieci anni che arriva proprio quando hai bisogno di soldi per andare alla finale perché sei oh troppo coerente e fedele a te stessa per accettare i soldi dei cristiani e fare qualche dichiarazione pubblica. Il vecchio guardiano che ti aiutato a cominciare tutto non l’hai mai guardato neanche una volta in tanti anni, ma all’ultimo minuto capisci che era il padre che non hai mai avuto. Tutti gli uomini che hai umiliato nella vita che alla fine tifano per te come in una pubblicità della Coca Cola. Soprattutto mi irrita il grande conforto che dovrebbe ipoteticamente fornirmi la storia di Beth Harmon, donna che vince in un mondo di uomini dove tutti la rispettano, USA contro URSS manco fosse il finale di Rocky IV (e il parallelismo con Bobby Fischer, unico americano ad aver strappato il titolo mondiale ai russi, frana tragicamente di fronte alla ben più complessa biografia di Fischer).


La madre adottiva (Marielle Heller) senza uno scopo nella vita se non divertirsi con in mano un Martini è un personaggio. Il primo campione sconfitto (Harry Melling) che torna da lei, capisce di non avere niente da insegnarle e va a lavorare in banca è un personaggio. Il campione americano (Thomas Brodie-Sangster) del quale non voglio commentare il look (ma anche a me piacciono i suoi capelli) che vive a New York ma in uno scantinato buio e ammuffito è un personaggio. Beth Harmon probabilmente era un personaggio nel libro di Walter Tevis, ma qui è tanti vestiti a vivaci colori, quando ricevi in regalo dei fiori, le camicette di bianco piqué, ecco le cose che piacciono a me, come dice la canzone.
Il problema è che a me piacciono i perdenti e i drammoni di Douglas Sirk.

 

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