Sette note di Bag

Joan Baez, gli 80 anni di un usignolo di ferro

12 gennaio 2021 - Eleonora Bagarotti

E’ strano, o forse no, che gli 80 anni di Joan Baez abbiano fatto la loro comparsa dietro l’assalto al Congresso di Washington, proprio mentre l’icona della musica folk celebrava Anthony Fauci, Kamala Harris, Greta Thunberg e grandi personaggi del passato come Eleanor Roosevelt e Nelson Mandela nei ritratti visionari della sua mostra “Mischief Makers”. Sembra che il tempo, in un certo senso, si ripeta – di certo, gli errori – così come la necessità di essere guidati dalla grazia al di fuori della violenza.
Una grazia che, nei suoi 80 anni, Joan ha elargito a piene mani. Lei è una delle persone che, con il passare del tempo, diventano più belle di prima. E’ la Jane Fonda della musica, o forse è Jane Fonda ad essere la Joan Baez del cinema (che il segreto stia in quella “J” iniziale?). Sta di fatto che il binomio “8+0”, su di loro sta benissimo.


Joan non si è mai fermata musicalmente, ha prodotto dischi di qualità, in cui si è sempre presentata per quello che è, e che è sempre stata: un usignolo di ferro. Come tutte le donne coraggiose che rappresentano una voce in questo mondo alla rovescia.
Grande interprete e attivista, la regina Joan per quasi 7 decadi è stata in prima linea in quasi tutti i movimenti pacifici e per i diritti civili, partecipando alla Marcia su Washington (ed ecco che si torna al punto iniziale) al fianco di Martin Luther King e cantando, incinta di 6 mesi, a Woodstock (“fu traumatizzante, non ne ho nostalgia”). Ha amato Bob Dylan, non scordiamocelo, uomo e artista, aiutandolo perché vide chiaramente in lui ciò che tutti gli altri videro solo dopo. Ha amato Steve Jobs, e nella sua splendida autobiografia (che consiglio) racconta con grande sincerità questa ed altre relazioni (finite male, ma sempre con partner che hanno lasciato traccia, tra cui una donna). Infine, cosa più importante, Joan Baez ha amato l’umanità. Gli ultimi. Tutti quelli che ha cantato, e bisognerebbe scrivere un saggio solo sulle fondamenta che ha costruito per tutte le artiste che sono arrivate dopo di lei (rimanendo un passo indietro, e il “dopo” è da intendersi sia in ordine cronologico che di importanza).


Le sue esibizioni pittoriche, oggi, sono a scopo benefico. Si dovrebbe parlare di musica, starete pensando. Non ne sarei troppo sicura. In certi casi – e Joan Baez è “la madre” di questi – arte, vita e impegno sono una cosa sola.
Sabato scorso (è nata il 9 gennaio), lei ha lanciato dalle sue pagine una Birthday Celebration, con un video registrato nella sua cucina. Andatelo a vedere, sui suoi profili social: voce che risplende, fierezza in viso, il taglio corto e grigio che l’accompagna da almeno trent’anni, un dolcevita scuro minimal e accessori d’argento. Joan è Joan. What else?
Come la mia adorata Joni Mitchell (un’altra “J”!), si cimenta nella pittura e non si esibisce più. Con rammarico, ha annunciato il suo addio alle scene e dichiarato di essersi “commossa quando, in pieno Covid, gli italiani hanno suonato e cantato sui loro terrazzi”.


Nessun rimpianto. Joan, piedi scalzi e passo cavalleresco, degna di tanto sangue messicano che scorre nelle sue vene, ha dato moltissimo. Fino a due anni fa, è tornata spesso in concerto in Italia – dove in scaletta non sono mai mancate “Here’s To You”, brano firmato insieme a Ennio Morricone, e “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, rigorosamente in italiano, persino in duo con Gianni Morandi.


L’altro giorno, l’amico Paolo Maurizio Bottigelli, notoriamente poco ottimista sulle sorti dell’umanità, mi ha confidato, con il cuore grondante di emozione, che la figlia adolescente Ana Laura, aspirante violoncellista, da poco si sta avvicinando alla figura di Joan Baez, ascoltando e interpretando alcuni suoi brani più famosi. Vi passo la notizia: è uno squarcio di sole nel cielo buio targato Gennaio 2021.

 

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