La crociata a difesa del genere di “A Classic Horror Story”

Di Barbara Belzini 24 Luglio 2021

Vincitore del premio per la Migliore Regia al Festival di Taormina, “A Classic Horror Story”, prodotto da Netflix, Colorado Film e Rainbow, e distribuito da Netflix su piattaforma, è un altro tassello che Roberto De Feo aggiunge al suo grande amore per il genere. E’ una crociata la sua, una battaglia iniziata con i cortometraggi e portata avanti con l’esordio di “The Nest”, horror di atmosfera che abbiamo avuto il piacere di ospitare a “Profondo Giallo” nel 2018.

De Feo è un grande fan dei maestri italiani del cinema di genere (Dario Argento, Mario Bava, Lucio Fulci, Ruggero Deodato, ecc) e, tra i contemporanei, della new age del cinema horror internazionale.

Questa volta, in collaborazione con Paolo Strippoli, dirige una storia che ricalca volutamente i topoi narrativi dell’horror che coinvolge lo spettatore in una serie di plot twist spiazzanti che ti catapultano improvvisamente dentro una specie di puntata di “Boris”. In voluta contrapposizione con il suo titolo, “A Classic Horror Story” è un horror all’italiana che regala a questa definizione un senso completamente nuovo.

“Quando sei qui con me” ti puoi svegliare legata e sanguinante su una tavola in una capanna nel bosco: inizia subito brutalmente il film e non mancheranno nel corso della visione momenti crudi accompagnati da canzoni dissonanti, da Gino Paoli a Sergio Endrigo.

La storia mette in scena cinque persone che si incontrano tramite una app di carpooling per andare in Calabria: Fabrizio il guidatore che è anche un videomaker, Elisa, che torna da sua madre, Riccardo, un dottore, e la coppia di stranieri, Sofia e Mark, che vanno a un matrimonio. Durante il viaggio hanno un incidente e vanno a sbattere contro un albero. Quando si svegliano, si ritrovano isolati in una radura davanti a una casa tanto carina circondata da una foresta.

 

Gli ingredienti ci sono, le citazioni sono dappertutto, dalla trama alla scenografia alle battute su Pennywise e Giuda, i protagonisti fanno tutto quello che non si dovrebbe fare nei film horror, aprono porte, salgono scale, restano soli, vanno nella foresta e vedono inquietanti sculture di legno ed è subito Raimi seguito da Midsommar. Ma quando vi dico che siamo in un horror italiano non è solo perché è ambientato in Calabria, ma per la leggenda locale di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che ci introduce nel contesto del folklore locale, di sacrifici umani fatti per debellare la carestia

 

Il classico film dell’orrore procede con i suoi bravi massacri finché l’ultima ragazza rimasta si ritrova di fronte al mostro, e come spesso accade, il mostro siamo noi.

Non è proprio possibile raccontare oltre per non rovinare il piacere della scoperta, ma abbiamo fatto qualche domanda (e i nostri complimenti) al suo regista Roberto De Feo:

 

“Sei passato da “Nest”, un film serissimo con atmosfere eteree e nordiche a un metafilm ambientato in Calabria, un salto stilistico piuttosto curioso”

“The Nest” era ambientato in una sorta di “no land”, invece qui siamo in Calabria, un luogo che ha grande componente folkloristica, proprio perché questa non è una classica storia dell’orrore. Sono due film molto diversi visivamente ed estericamente, ma in realtà parlano della stessa cosa, della società in cui viviamo. In “The Nest” il protagonista era intrappolato dai legami sociali, che letteralmente gli impedivano di essere libero, qui il focus è sulla deriva che la società sta prendendo, soprattutto rispetto alla spettacolarizzazione della morte e della pornografia del dolore, che, tra televisione e web, sono ormai fuori controllo. La metafora finale parla esattamente di questo, della gente che vede un incidente e invece di preoccuparsi delle persone morte o ferite, le filma e posta i video sui social. Questa deriva sociale è quello che volevamo raccontare.

“In questo senso ti senti vicino ai film di Jordan Peele, Ari Aster, alla serie “The Purge?”

“Oggi l’horror è il mezzo perfetto per essere il portavoce di un modo di raccontare la società in una chiave molto vicina alla realtà. Nel nostro film non c’è niente di irreale, tranne il vestito da film americano anni ’80, e tutti i cliché che contiene servono a catturare l’attenzione dello spettatore. Dato che il pubblico italiano non ama l’horror italiano, abbiamo camuffato il film da horror internazionale. E se siamo riusciti a girare “A Classic Horror Story” è esattamente perché ci sono stati film di grande successo come “Get Out”, “Us”, “The Purge”, “Midsommar”, perché da qualche anno la paura al cinema sta cambiando. Prima la paura era tutta concentrata sul soprannaturale, invece adesso la realtà fa molta più paura e i nuovi autori si fatti portatori di film politici, con un forte messaggio sociale”

“Ci racconti qualcosa sulla produzione e sulla co-regia con Paolo Strippoli?”

“Netflix si è interessata al progetto fin dall’inizio, dalla mia prima versione del 2015: mi hanno chiesto però di riscriverla in chiave glocal, e da questo input, insieme agli altri sceneggiatori che hanno collaborato con noi, abbiamo inserito questo collegamento alla leggenda dei tre padri fondatori della mafia. Abbiamo avuto una serie di ritardi fisiologici e quando dovevamo iniziare a girare io ero sul set di “The Nest” e ho segnalato Paolo Strippoli, che aveva girato dei corti molto belli. Quando la produzione è stata ulteriormente ritardata per via del Covid sono tornato e abbiamo deciso di firmarlo insieme. Mettere insieme più persone fanatiche dell’horror fin da piccole è stata una scelta intelligente”.

“Nel cast avete anche Matilda Lutz, un volto molto noto per gli appassionati del genere, dopo “Revenge”

“Quello è proprio il motivo per cui inizialmente non la volevamo, ci sembrava troppo riconoscibile, ma lei, oltre ad aver fatto un provino perfetto, era molto interessata a lavorare nel film, e questo ci rendeva molto fieri. Alla fine abbiamo deciso che non potevamo rinunciare a un’attrice del suo talento”.

“Il film ha avuto un’ottima accoglienza, ma siete stati anche criticati?”

“Il premio per la regia che abbiamo vinto a Taormina, un Festival d’autore che ci ha selezionato, ci ha dato una grande iniezione di fiducia per il futuro del genere in Italia, che storicamente non è mai stato legato ai premi. Neanche Argento, Bava o Fulci hanno mai vinto un premio a un Festival, e questo è ridicolo. La stampa ha adorato il film, tutti i principali quotidiani l’hanno recensito positivamente e questo ci ha fatto molto piacere perché il film è stato capito da chi doveva capirlo. Sarebbe stato un fallimento se non l’avessero compreso loro, e invece lo spettatore colto l’ha apprezzato, e se ne sta parlando tanto. Ovviamente siamo stati anche attaccati sui social, ad esempio perché in un film italiano gli attori parlano in italiano, commenti che sono esattamente uno dei temi del film, le critiche al film di genere italiano, a volte senza averlo nemmeno visto. Del resto, chi sta nella scena post-credit si merita di stare nella scena post-credit”.

 

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