Scarpette rosse

La storia d’amore di tutte le storie d’amore è “Cuore selvaggio” di David Lynch

13 febbraio 2021 - Barbara Belzini

Tutti gli anni in questo periodo qualcuno mi chiede qual è la mia coppia romantica preferita e tutti gli anni (da molti anni) immancabilmente rispondo Sailor e Lula: per me la storia d’amore di tutte le storie d’amore è un road movie dai toni horror che prende un romanzetto pulp e lo mescola con Shakespeare, Frank Baum, Elvis Presley.
Nella semplificazione estrema che mi capita di utilizzare quando mi chiedono di parlare di cinema, comincio spesso raccontando come si fa a capire se ci si trova di fronte a un grande film e la migliore definizione che ho trovato finora è che un grande film può avere una grande STORIA (il cinema USA anni ’70) o un grande IMMAGINARIO (“Mad Max: Fury Road” è l’esempio contemporaneo perfetto). I registi in grado di coniugare questi due elementi non sono tantissimi, e David Lynch è sicuramente uno di quelli: “Cuore Selvaggio” di David Lynch del 1990 è un film epocale, una di quelle rare opere che parla al cuore, al cervello, al gusto, all’anima, ai sensi tutti, compreso quello estetico.

La storia di Sailor Ripley e Lula Pace Fortune è la tragedia shakespeariana degli innamorati contrastati: in questo caso specifico contrastati dalla madre di Lula, Marietta, che vuole Sailor morto perché l’ha respinta. Ma Sailor è Nicholas Cage, che deve molto della sua carriera successiva a questo film, e ovviamente non ci sta e altrettanto ovviamente si fa qualche anno di prigione.

Quando esce, lui e Lula si ritrovano e scappano da Marietta, che assolda dei sicari per uccidere Sailor. Intorno a loro (e dentro di loro) la violenza fisica, verbale, psicologica, è a mille, esplodono teste, qualcuno addirittura si gratta dentro la testa, è un film estremo che gioca con più generi, horror, crime e romance, che omaggia un libro per bambini, “Il mago di Oz” fino a fare di Marietta la strega cattiva dell’Est, che alza il tono dell’azione, del colore, dei dialoghi a fino a far sembrare i suoi personaggi dei cartoon (anticipando tanto Tarantino e gli Assassini Nati di Oliver Stone) che in mezzo a tutto ballano come pazzi nel deserto al suono di una canzone metal che si chiama “Slaughterhouse”, macelleria.

E poi Sailor che le canta canzoni di Elvis, i rossetti, il fuoco, la giacca di pelle di serpente, le atmosfere alla Twin Peaks (che Lynch stava girando in contemporanea e dalla quale ha preso in prestito due attrici, Sheryl Lee e Lara Flynn Boyle), il ritmo, il taglio, lo stile, e tutto quel cast magnifico a interpretare personaggi usciti dal nulla, Diane Ladd, l’indimenticabile Bobby Perù di Willem Defoe, Harry Dean Stanton, Isabella Rossellini che sembra la Dorothy di “Velluto Blu” qualche anno dopo. “Cuore selvaggio” è storia, letteratura, cultura, adrenalina, sangue, sudore: è di quello che parliamo quando parliamo d’amore, è di quello che parliamo quando parliamo di cinema.

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