Sette note di Bag

L’addio di Janis Joplin 50 anni fa ma ci resta il suo “pezzo di cuore”

6 ottobre 2020 - Eleonora Bagarotti

Doveva cantare, Janis, quel maledetto pomeriggio d’ottobre 1970. Perché Janis cantava sopra la vita, che amava e odiava allo stesso tempo, scavando nei bassifondi di un’antica disperazione nell’anima, buttando fuori rabbia e poesia con una voce indomabile, insuperata. Una leonessa ferita a morte, questa era Janis.
Se n’è andata a far parte del Club dei 27, in un istante lungo come con una fucilata nella giungla dello showbusiness. C’entra, come con i coetanei Jimi Hendrix e Jim Morrison, una quotidianità basata sugli eccessi. Quelli erano gli anni, ingenui e sofferti. Quello era l’ambiente, con le sue richieste disumane. Quella era la droga, vista all’inizio come ricerca e “status” da rockstar. Bisognava essere sempre “up” e poi, magari, anche bella. Ciò che Janis Joplin, in senso classico, non era. O meglio, non si era mai sentita. Come quando, da ragazza, le fecero subire atti di bullismo violenti e lei, allora, si avvicinò al Blues. Per poter piangere più forte. La solitudine, le relazioni sbagliate e sballate, le rivincite e la delusione del sentirsi, eternamente, non accettata. Rifiutata. Non amata.

 


Tutto questo, e una profondità che all’apparenza sembrava difficile intravvedere in una cantante tanto giovane, atteggiata da outsider in un mondo prevalentemente maschile (e misogino) come quello del Rock, scorreva nelle vene di Janis. Ma in fondo, lei è sempre stata “pearl” e alla fine dava uno schiaffo a tutto quanto. Sin da quando allontanò via la tristezza partendo dal Texas verso la San Francisco dei Beatnik in autostop, ascoltando artiste come Odetta e Etta James.
Poco prima di morire, comprò una lapide per il suo idolo, la cantante Bessie Smith, dopo aver saputo che era stata sepolta in una tomba anonima. In un simile gesto, che alcuni definiscono premonitore, si ritrova l’impeto e la furia che Janis Joplin metteva nelle sue interpretazioni. Lei, donna, sublimava ogni gruppo e cantante con i quali collaborava. Qualche volta era troppo “fatta” o ubriaca, ma bisognava vederla quando era semplicemente se stessa, Janis, e saliva sul palco cancellando il resto del mondo. O, alla meno peggio, rendendo sbiaditi tutti gli altri, persino i suoi Big Brother and The Holding Company. Quando attaccava “Piece of My Heart”, “Summertime”, “Ball and Chain”… il suo desiderio d’amore, in realtà era uno Tsunami.
Si dovrebbero scrivere fiumi di parole, per descrivere Janis. E’ la più grande icona della storia del rock, cinquant’anni dopo che una maledetta overdose di eroina ce l’ha portata via.

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