“Last Night in Soho” di Edgar Wright è il film dell’anno

Di Barbara Belzini 06 Novembre 2021

 

E’ in sala “Last Night in Soho” e per me è il film dell’anno so far, ma ho posti sul podio anche per “Petit Maman” di Céline Sciamma (che è un film che volutamente è quasi senza colonna sonora, per esaltare il contrasto), “Annette” di Leo Carax (che è un altro musical, vorrà dire qualcosa?) e “A Chiara” di Jonas Carpignano (qui siamo totalmente su un altro piano): il favoloso regista britannico Edgar Wright ha portato a Venezia (fuori concorso ma dentro i nostri cuori) un film che è una festa per gli occhi, per le orecchie e per il cervello.

 

“Last night in Soho” è un’opera prodigiosa che celebra il cinema, la musica, la moda degli anni della Swingin’ London in una rivisitazione raffinata e velocissima che stravolge tono e genere in pochi passaggi eleganti. Per farla breve, e senza rendergli giustizia, Wright è il regista della “Trilogia del cornetto”, scritta insieme a Simon Pegg (che poi sarà sempre l’attore principale) e realizzata tra il 2004 e il 2013: sono tre titoli folli e geniali, adrenalinici ed esilaranti, parodie dei generi piene d’amore per i generi stessi e di omaggi ai grandi maestri del genere. Sono piccoli capolavori di armonia tra scrittura, regia, montaggio, colonna sonora, ne avevamo parlato qui.

Dopo l’altrettanto ganzissimo “Baby Driver” del 2017, con “Last Night in Soho” Wright fa un altro passo in avanti del suo percorso da autore e ci presenta Eloise (Thomasin McKenzie), ragazza di campagna che sogna di diventare una fashion designer. Quando arriva a Londra per studiare, le visioni che prima aveva su sua madre cambiano e vengono invase da Sandy (Anya Taylor-Joy), che vive negli anni ‘60 e vuole fare la cantante.

 

 

E’ un viaggio nel tempo attraverso lo stesso spazio quello che il film ci propone, è una storia d’amore avvelenata, è un romanzo di formazione, è un racconto di fantasmi, è un baule di ricordi pieno di quadri, di pellicole e vinili, “è il mio San Valentino Dark per Soho”, come lo stesso Wright ha definito il suo film. E’ una dichiarazione riduttiva per un’opera capace di confrontarsi profondamente con un passato blasonato, con Michael Powell, Alfred Hitchcock, Dario Argento, Lamberto Bava, insieme a George Romero (alla domanda “Ma come mai ha fatto un altro zombie-movie?” il regista, ridendo, ha risposto “Noi non usiamo la parola con la z”, che è una citazione famosissima dal suo film “Shaun of the dead”), Wes Craven, Brian De Palma e quindi Hitchcock ancora, e ovviamente tantissimo cinema britannico.
(Qui una lista compilata da quel magnifico cinefilo che è Wright su alcuni titoli che guardava e riguardava ossessivamente mentre girava questo film, al quale ha pensato tutta la vita)

E anche con tutte queste citazioni non avete mai visto niente come “Last Night in Soho” che è un viaggio sulle montagne russe che mescola (con un enorme senso dello stile, e un fantastico lavoro di regia e montaggio filmico e musicale) commedia, musical, thriller psicologico, romanzo di formazione, dramma, fino ad arrivare all’horror: ogni elemento di questo film concorre a creare un grande show ambientato per metà in un passato dove solo apparentemente è bellissimo lasciarsi andare, in una Londra che non è mai stata così bella e che è un personaggio a sua volta, che concorre a questa grande illusione (c’è chi si è messo a cercare le location del film, come il fotografo Thomas Duke instagram @steppingthroughfilm).

 

 

E infine, “Last Night in Soho” è un film di specchi e quindi apparenze, film di doppi e quindi segreti, film super derivativo che si nutre di cinema e insieme film delle origini capace di stupirti e farti piangere e ridere e cadere nella suo incantesimo ammaliatore, avviluppandoti nel sinuoso lunghissimo splendidamente coreografato piano sequenza della scena centrale di danza (“The longer we can keep these shots going, the more immersive il will be).

 

 

La musica, che è sempre stata importante per Wright, qui svolge un ruolo fondamentale nella storia, fino a far diventare una delle due protagoniste una cantante, qui trovate la colonna sonora, che andava in loop sul set, scelta pezzo per pezzo ancora prima di girare, presente già in sceneggiatura, prima la musica e poi la scrittura. E questa la cantavamo tutti a Venezia, critici e cinefili italiani e stranieri, tutti per una volta accomunati da un solo duplice pensiero: che “Last Night in Soho” ci aveva cambiato la giornata, e che saremmo corsi subito a rivederlo una seconda volta.
So go downtown Things will be great when you’re Downtown Don’t wait a minute more Downtown Everything’s waiting for you

 

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