Le tante anime musicali di Mauro Pagani nell’autobiografia “Nove vite e dieci Blues”

Di Eleonora Bagarotti 22 Novembre 2022

L’infanzia e l’adolescenza a Chiari, in compagnia degli amici Tom Sawyer e Huckleberry Finn. L’amore per il violino e la musica classica, e poi la folgorazione per il rock e il blues. Gli anni fondamentali con la Premiata Forneria Marconi, dal 1970 al 1977, dai dancing di provincia alle vette delle classifiche internazionali, in giro per il mondo a suonare e a incontrare l’olimpo del rock; poi il congedo dall’esistenza di rockstar e una nuova vita a voce bassa e passo lieve, dentro la musica del mondo – il Canzoniere del Lazio, gli Area, Demetrio Stratos, il progetto musicale Carnascialia – e dentro l’universo speciale di Fabrizio De André, principe libero, a scrivere capolavori come “Creuza de mä” e Le nuvole. E ancora, la nascita delle Officine Meccaniche, fabbrica di canzoni, sogni e colonne sonore, oltre alle direzioni artistiche e i festival. Fino all’approdo a una nuova vita mancina: a improvvisare, come un buon bluesman.
Non è dato sapere, e personalmente non ci scommetterei, se sia realmente il finale dell’incredibile storia, umana e musicale, di Mauro Pagani. Di certo, arriva fino a qui la sua ricchissima autobiografia, da leggere in un sol fiato: “Nove vite e dieci Blues” (Bompiani Overlook, 224 pp, 17 euro).
Di lui, mi piace ricordare la nostra conversazione prima di un concerto al Farnese, organizzato dall’associazione Kairòs per celebrare i vent’anni della prima registrazione di Creuza de mä. 

Quale senso possono avere, oggi, le emozioni scaturite da quelle canzoni?

Non so spiegarmelo. In ogni serata di questo tour, l’attenzione della gente è veramente emozionante. Attorno a Crueza de mä, stranamente c’è da sempre un’atmosfera sacrale. Non solo da quando Fabrizio non è più qui, era così anche prima e la cosa stupiva entrambi. Personalmente, da un lato mi fa piacere, dall’altro mi spiazza. E’ un album al quale anch’io sono molto affezionato per molte ragioni, una delle quali è legata al ricordo di Fabrizio, che continua a vivere attraverso la sua musica.

Prima di quest’album, ci sono stati “Passa la bellezza” e, a distanza di 12 anni, “Domani”. Nonostante una carriera ricca di collaborazioni importanti, dagli inizi con la PFM al ruolo di produttore, sembra che le sue scelte siano sempre coerenti con una filosofia che mira alla qualità e al “senso” delle cose, non alla quantità e al mercato.

Prima di tutto, grazie per averlo detto. In fondo, io faccio una cosa che molti dovrebbero fare. A monte, bisognerebbe che tutti noi tenessimo il cervello e l’anima accesi. Io sono cresciuto in un periodo che mi ha premesso di vivere pienamente il ’68, un’epoca caratterizzata da un forte impegno. Anzi, a volte ce n’era fin troppo nelle cose che si facevano e diventava una forzatura. Questo, comunque, mi ha senz’altro segnato nel senso che lì ho acquistato le ragioni che mi stanno interiormente a cuore. In fondo, riesco ad essere coerente per via dei miei limiti, nel senso che non sono in grado di fare nessun altro tipo di scelta, umana e professionale, se non ci credo. Non ho scampo.

Quindi, si può essere coerenti solo “con l’anima”?

Sì. Secondo me salvare la propria anima significa salvare la propria profondità e, dunque, la coerenza. In questo periodo sto soffrendo molto. Siamo stati traditi dalla classe politica, destra o sinitra, non fa differenza perché entrambe fanno una politica del… Infatti, se incontro qualche politico – e mi capita – lo insulto. Prima o poi mi metterò nei guai… Non è la gente a non capire. La gente è migliore dei politici e il loro imperdonabile errore è che non ascoltano più la gente, pensano solo al potere.

Sono le parole di Mauro Pagani, ma potrebbero essere quelle di John Lennon, o dello stesso De Andrè, se non fosse che il suddetto stralcio di intervista risale a un mio articolo su “Libertà” del 23 giugno 2005. E, comunque, non oggi.
Ma chi potrebbe mai dirlo?

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