L’ennesima morte del cinema: la danza macabra di Bette Davis e Joan Crawford in “Feud”

Di Barbara Belzini 17 Settembre 2022

Sarà la centesima morte del ‘900 con la scomparsa di Elisabetta II e di Jean-Luc Godard, sarà la visione di “Blonde” a Venezia 79 (in arrivo su Netflix a fine mese), sarà l’estate che brucia nelle vene, sarà il passato che ancora mi appartiene, fatto sta che mi sono ritrovata a guardare la prima stagione di “Feud” di Ryan Murphy, che è dedicata a “Bette e Joan”, ovvero alle altezze reali Bette Davis e Joan Crawford, e alla ricostruzione del conflitto (in parte vero, in parte aizzato, in parte ri-raccontato) tra due delle icone della Golden Age di Hollywood nella parte finale della loro carriera.

E, fatemelo dire, è un gran bel racconto riraccontato che Susan Sarandon e Jessica Lange interpretano a loro volta con la disinvoltura delle grandi: siamo alla fine dell’età dell’oro (il film è ambientato nel 1962, la crisi degli studios è già evidente), Davis e Crawford faticano a lavorare, Crawford incrocia (la verità storica dice che sia stato Robert Aldrich, regista genio mai abbastanza celebrato, qui interpretato da Alfred Molina) un romanzetto per signore intitolato “What ever happened to Baby Jane?”.


Crawford ne capisce il potenziale e insiste perché Davis interpreti la protagonista, Baby Jane: il resto sta tra la verità e la leggenda. “What ever happened to Baby Jane?” (se non lo avete mai visto non lo voglio sapere) è una storia claustrofobica con venature horror, tutta girata in una casa dove vivono due sorelle, una ex bambina prodigio sull’orlo della follia e una ex star del cinema rimasta paralizzata per un incidente. Una storia di rancore, abusi e sensi di colpa, una delle prime pellicole della cosiddetta “hagsploitation” (nella serie Jack Warner interpretato da Stanley Tucci racconta di averla inventata lui), ovvero un sottogenere thriller-horror dove vecchie stelle del cinema interpretano psicopatiche che terrorizzano il resto del cast.

Non molto diverso da quello che avveniva nella realtà, stando al racconto messo in scena da Ryan Murphy, regista, produttore cinematografico e televisivo, la mente dietro grandi successi come “Nip/Tuck”, “Glee”, “American Horror Story”, serie antologica in onda dal 2011, dove Jessica Lange è una delle grandi protagoniste, in un delizioso corto circuito (lo spiego per i giovani: Lange è del 1949, è diventata famosa interpretando la bella di “King Kong” nel 1976, è stata una delle attrici più note degli anni ’90, ha vinto due Oscar. Sempre per i giovani ricordo che Susan Sarandon, molto meno bella della Lange, è altrettanto storia del cinema e Oscar. Mi spingo fino a sussurrare “Rocky Horror Picture Show”).

Le due dive, che vengono da percorsi diversi ma si sono trovate negli anni a competere per ruoli e uomini, arrivano sul set già con il coltello tra i denti: Baby Jane è un personaggio perfetto per la Davis, che non ha paura di rendersi brutta e tragicamente ridicola se il copione lo richiede (e questo lo urla a gran voce), la Crawford si accorge di perdere terreno, cominciano le cattiverie fatte filtrare attraverso la stampa (Hedda Hopper, una della grandi “pettegole” di Hollywood, interpretata da una finissima Judy Davis), per arrivare ai tentativi di seduzione del regista, alla lotta per la scelta dei comprimari, e infine alla corsa alla candidatura agli Oscar. In mezzo qualche avvicinamento, qualche confessione, uno squarcio sul mondo più intimo di due star che cercano di avere una famiglia pur essendo ossessionate dalla carriera.
I loro duelli ricostruiscono una verità amara, vecchia come il mondo e profondamente attuale: la fine della bellezza (per Crawford più che per Davis che ha sempre giocato su un altro campionato) che corrisponde, nel mondo del cinema degli uomini, alla fine della carriera. Il film sarà un grande successo, ma, per tornare a “Blonde”, a Hollywood è il personaggio che possiede l’attore, al quale non rimane altro che un gioco finale che si chiama “Rimpianti”.
“È l’unico che conosco”.

 

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