Like a rolling Bentivoglio: “Monterossi” la serie

Di Barbara Belzini 29 Gennaio 2022

Non somiglia per niente alle classiche serie crime italiane “Monterossi”, produzione Amazon diretta da Roan Johnson: si spara poco, non vive di cliffhanger, non costruisce rockstar come Ciro l’Immortale. Il suo protagonista, Carlo Monterossi, non è un detective ma un autore televisivo insofferente nei confronti del proprio lavoro, innamorato di una donna che non ha seguito cinque anni prima, che parla per citazioni di Bob Dylan. Carlo Monterossi viene dai romanzi di Alessandro Robecchi, uno di quegli autori di gialli che volano in cima alle classifiche, e di Robecchi, che ha collaborato alla sceneggiatura, porta il mood, il cinismo, l’indolenza.

 


E’ una serie che procede lenta “Monterossi”: i sei episodi vengono da due romanzi, “Questa non è una canzone d’amore” e “Di rabbia e di vento”, e se i libri hanno una scrittura cinematografica, a volte le puntate hanno un taglio troppo letterario, si parla un po’ troppo e un po’ di azione in più ci starebbe bene. Funzionano benissimo i comprimari, i killer Maurizio Lombardi e Gabriele Falsetta (si potrebbe avere uno spin-off?), il sovrintendente Ghezzi di Diego Ribon, il Carella di Tommaso Ragno, “il Serpico della Bovisa”, la potente conduttrice televisiva, la Flora di Carla Signoris.

 


E tutt’intorno c’è una Milano riconoscibilissima, compresa la milanesità irritante di Milano (e pure quella di Monterossi che si permette di rifiutare 30 milioni a puntata), c’è il bosco verticale e i campi rom, i navigli e Rozzano, piazza Gae Aulenti e le case popolari.
E poi c’è Bentivoglio, con quella faccia e quella smorfia, Bentivoglio che ce lo portiamo nel cuore fin dall’inizio di “Turnè”, ed era il 1990, sono passati trent’anni, e abbiamo ancora in testa quella intro lì.

 

Non ha voglia di fare niente Monterossi, e in questi casi da risolvere ci inciampa quasi, ma è curioso, e non tanto del caso in sé, ma delle persone, soprattutto di quelle disgraziate, e ha la capacità di indignarsi se ci vanno di mezzo quelli che non si possono difendere: lo vediamo correre in questura a battersi per un immigrato sulle note di “Hurricane”, scontrarsi con Carella, che è un duro di quelli che spingono, e tirare fuori quella rabbia che li rende simili. Per quello combatte Monterossi, per una sua personale idea di giustizia che deve proteggere i più deboli.

 


Ci sono cose da limare, spiegazioni da tagliare, personaggi da puntellare, ma ditemi, non è bello guardare Bentivoglio che cammina in un cimitero monumentale con il sottofondo di Like a rolling stone?

 

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