L’incanto di Lindsey Buckingham, il rocker più sottovalutato al mondo

Mi riesce difficile oggi scrivere di Lindsey Buckingham, ma il motivo mi dà anche moltissima gioia. Ho scambiato l’ultimo saluto con lui al Beacon Theatre di New York nel 2017, quando era in tour con Christine McVie, e ho avuto la fortuna di intervistarli entrambi. Qualche giorno prima, l’avevo applaudito con i miei adorati Fleetwood Mac (versione Rumours) al Citi Field. La settimana dopo ho trascorso una giornata con Mick Fleetwood e la sua compagna, parlando di cibo, canzoni, shopping e località turistiche italiane. Situazioni molto belle, artisticamente coinvolgenti, con tante confidenze che lasciavano trapelare tutto tranne che, di lì a poco, Buckingham sarebbe stato “allontanato” dalla band. Un grave errore, e lo si è visto, perché puoi chiamare anche (il grandissimo) Mike Campbell, ma se togli il muro maestro della tua casa, pensando che possa rimanere solida, ogni volta che tira il vento poi ti tocca uscir fuori in giardino. Ti penti, ma nonostante un velato tentativo di “riadescamento”, non è detto che la persona ferita ritorni come se nulla fosse. Ciò che si distrugge, difficilmente si ricostruisce. Anche se, forse, i Fleetwood Mac potrebbero essere l’eccezione.

Nessuno di noi ha la verità in tasca, ma è probabile che il conflitto sia stato causato, per l’ennesima volta, da Stevie Nicks. Non è facile continuare ad amarsi/odiarsi, pur nella distanza di due vite ormai parallele, e lavorare insieme. Si potrebbe dire che questo eterno legame/non legame sia l’immagine che piace ai fan, ma – probabilmente – corrisponde a verità. Se una “vecchia” coppia fa ancora scintille, suscitando casini, addii, ritorni, incazzature, botte e risposte, cause legali, richieste di scuse dopo quasi 50 anni, significa che sotto la cenere c’è ancora un bel fuoco. E qui, potrei andare avanti a lungo, forse scriverci sopra un libro, dato che la Stevie è parte integrante delle mie giornate e in America, dall’altra parte a Santa Monica, ho incontrato pure lei. Mi limito invece a ricordarvi che loro, ci avevano messi subito in guardia:
Chain, keep us together…
Dopo questo “tradimento” – che non è il primo – nell’equlibrio di Lindsey arriva la prima crepa. E’ un’operazione a cuore aperto. Capita, sarà l’età, saranno i dispiaceri…
Segue, poco dopo la sua ripresa, il divorzio dalla moglie – prima ed ultima – e madre dei suoi figli. Lei se ne va. Aveva resistito ai gossip e agli sguardi ammicanti di mille concerti tra lui e Stevie, ma decide di sciogliere il matrimonio proprio ora. Sarà che il tempo logora i sentimenti e solo chi ha la forza di amarci veramente resta con noi nel momento più buio.
They told me that I never would recover / Still some say they knew me well / I said “Stay by my side” / But no one said nothin’ / I walk a thin line. 
Fatte queste premesse – no, non è “Beautiful”, ma con i FM poco ci manca e il bello è che è tutto vero – Buckingham torna solista e fa una cosa artisticamente meravigliosa. Scrive, compone e interpreta quel che sta vivendo. E lo fa con il consueto incanto – fatto di estro compositivo, intimismo, rabbia vocale, rintocchi di dolcezza, purezza armonica ed estetica chitarristica che, nella sua perfezione, mostra il calore di una luce interiore chiamata, nonostante tutto, speranza – in un album che porta il suo nome, a 10 anni dall’ottimo Seed We Sow. Uscirà il 10 settembre per l’etichetta Reprise e per noi critici musicali c’è ancora l’embargo. Fidatevi sulla parola e ascoltatevi il singolo “I don’t mind”, già disponibile, mentre sono state annunciate le date di un tour in Nord America.
Io accolgo così, con un’aritmia che neppure il miglior cardiochirurgo saprebbe smorzare, il nuovo lavoro discografico di uno dei musicisti che amo di più al mondo.
Il musicista che arrivò al grande, enorme successo, ma il cui talento è sempre stato sottovalutato rispetto ai suoi meriti.
Is not that funny, is it? 

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