L’inverno del nostro scontento in “Another round” di Thomas Vinterberg

Sono avvilita siamo tutti avviliti, inutile nasconderlo dopo un anno ancora morti, ancora zona rossa, bambini a casa, vaccini a rilento. Se ci incontriamo per strada ci urliamo da un lato all’altro del marciapiede. Come va? E mi chiedi come va come va come sai già come va come va. Se siamo tra quei fortunati che non hanno perso parenti e amici ci riteniamo appunto fortunati, e ce lo diciamo. L’altra è che resistiamo. Resistiamo, siamo vivi. Vivi e avviliti. Anche quando abbiamo incontrato qualche amico in quei momenti da zona gialla non ci siamo poi raccontati tanto perché non è accaduto niente. I bambini sono isterici i ragazzi sono interrotti e noi lavoriamo barcamenandoci tra chi ci chiede i fazzoletti di carta perché non può muoversi che sta facendo la dad, chi ha bisogno di un computer nuovo che gli serve per la dad, chi in una stanza urla PIANURA ALLUVIONALE e chi nell’altra risponde a domande su malattie purulente. Ci litighiamo gli spazi della casa, che non è mai sembrata così piccola e così bisognosa di una rinfrescata, da quando la conosciamo fino ai suoi più intimi e nascosti dettagli.

Spostiamo divani per stare più comodi, ci inventiamo mini progettualità casalinghe spinti dalla mente che ha bisogno di lavorare, dal corpo che ha bisogno di muoversi. Abbiamo i sensi intorpiditi, non abbracciamo, non baciamo, non guardiamo l’orizzonte ma il pavimento di casa pensando che dovremmo proprio sostituire il parquet, ascoltiamo voci sconnesse da cuffiette che ci piagano le orecchie, annusiamo sempre gli stessi odori di cucina perché mangiamo, oh sì, quello pure troppo, è quello che ci è rimasto mangiare. E bere: non ho dei dati sottomano, ma è ovvio che il consumo di alcolici è aumentato.

E mi sembra che il film perfetto per questo momento, per tempistica e precisione, sia “Another Round” di Thomas Vinterberg: vincitore di una gran quantità di premi, tra i quali tutti quelli maggiori agli European Film Awards, Miglior Film al London Film Festival, ai César, candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero e Vinterberg come Miglior Regista, presentato al Toronto Film Festival e passato per la Festa del Cinema di Roma, è stato comprato per l’Italia da Movie Inspired e per il momento non ha ancora una data di uscita italiana.

“Another round” è una specie di Trainspotting degli alcolici, con un gruppo di amici di mezz’età, insegnanti in una scuola superiore guidati da Martin (interpretato da Mads Mikkelsen, che con Vinterberg aveva già girato un altro film super premiato, “Il sospetto” del 2021, disponibile su Prime), che scientemente decide di sperimentare la teoria di uno psichiatra norvegese che sostiene che l’essere umano sia costretto a vivere con una carenza costante di alcol nel sangue, e che questa carenza, di fatto, blocchi la creatività e il benessere complessivo dell’individuo.

E quindi tutti giù a bere durante l’orario di lavoro, con risultati anche esaltanti, e a volte troppo esaltanti, e alla fine ovviamente auto distruttivi. Non è un film sull’apologia del bere, è chiaro, è un’opera che, partendo da un reale problema di alcolismo che affligge i paesi nordici, ed è molto diffuso nei giovani, ragiona sui limiti, personali e sociali, sulla possibilità di oltrepassarli, su cosa si nasconde oltre i limiti, su quanta vita siamo disposti a sacrificare per ottenere, sulla capacità che abbiamo di accettare il nostro fallimento, sulla gioia che proviamo in quel breve momento in cui non siamo in controllo. E’ un film provocatorio ma non è “La grande abbuffata”, anzi è lontano da quella programmata grottesca fenomenale autodistruzione, e non è nemmeno “Idioti” del compagno di Dogma Lars Von Trier, che porta i suoi personaggi a sostenere difendere abbracciare ed esibire la diversità sociale, Poteva essere un film sulla morte, è un film che celebra la vita, concentrata in quell’accattivante momento finale dove Mikkelsen offre il meglio di sé, e del suo passato da ballerino.

Dati i suoi precedenti, data quella grandiosa tragedia familiare che è “Festen” mi aspettavo un film su morte e autodistruzione, e non nascondo un filo di delusione, un sentimento di abbandono del mio acuto senso del dramma, ma se penso a quel finale penso solo a cosa non daremmo tutti per un altro giro, a bere, a ballare, a festeggiare, perché come dice quella canzone de Le Luci della Centrale Elettrica, quella dove le ragazze stanno bene, forse si tratta di dimenticare tutto come in un dopoguerra e di mettersi a ballare fuori dai bar come ho visto in certi posti della Ex-Jugoslavia, forse si tratta di fabbricare quello che verrà, con materiali fragili e preziosi senza sapere come si fa.

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