L’Ora di cinema, giornata 1: dai padri anni ’70 a quelli contemporanei

Di Barbara Belzini 24 Maggio 2021

Quando sono in trasferta ai festival o a qualche evento fuori città mi capita spesso di raccontare che essere una giornalista di cinema a Piacenza sia una grande fortuna: abbiamo quattro sale in centro città (Corso e Politeama) e anche una multisala UCI, una storica sala d’essai a dieci minuti, il Jolly, un’arena estiva cittadina molto vivace gestita dai Cinemaniaci, diversi cinema in provincia piuttosto attivi, Le Grazie a Bobbio, il Capitol a Fiorenzuola, il Moderno a Castel San Giovanni il festival Concorto a Pontenure, e ovviamente il Bobbio Film Festival della Fondazione Fare Cinema che da anni ci porta in casa film, attori e star internazionali. Tutto questo fervore da diverso tempo sta maturando anche nelle scuole che progettano, proiettano, organizzano eventi: in prima fila il Liceo Classico Gioia che ha una sala multimediale che sembra uscita da 2001: Odissea nello spazio, e che da anni offre ampio spazio alle iniziative legate al cinema all’interno della propria struttura. In questo contesto si inserisce “L’Ora di cinema”, il Festival per la Scuola organizzato da Fondazione Fare Cinema, presieduta da Marco Bellocchio e diretta da Paola Pedrazzini, in collaborazione con il Liceo Classico Melchiorre Gioia, prima edizione di un progetto che nelle intenzioni di tutti dovrebbe replicarsi, finalmente dal vivo, il prossimo anno.

LA LOCANDINA DI L’ORA DI CINEMA

 

Il Festival, dedicato al tema della paternità, è iniziato con la visione in streaming del film “Padrenostro” di Claudio Noce, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove Pierfrancesco Favino, qui nel ruolo del padre, ha vinto la Coppa Volpi come Miglior Attore Protagonista. “Padrenostro” di Claudio Noce è un film dall’autobiografismo doloroso, che ripercorre la storia personale del regista, figlio di un funzionario dell’antiterrorismo che durante gli anni di piombo viene aggredito a colpi di mitra dai Nap. Il bambino Valerio (nella realtà il fratello di Noce) assiste alla scena insieme alla madre, ma i genitori non lo sanno e, come accadeva nelle famiglie allora, non ne parlano per proteggere i figli. I percorsi di formazione nel film sono due, quello del figlio verso il padre e quello del padre verso il figlio, mediati dal ragazzino Christian (Francesco Geghi di “Mio fratello rincorre i dinosauri”) un amico di Valerio che lo aiuta nel faticoso percorso di rielaborazione. “Padrenostro” prende un tema importante e prova a trattarlo uscendo dai binari narrativi canonici, sostituendo alla forte impronta visiva della prima parte un crescente senso di tensione nella seconda, che lascia lo spettatore di fronte a una serie di interrogativi. Quando lo abbiamo visto in prima visione a Venezia, a settembre dell’anno scorso, tra addetti ai lavori ne abbiamo parlato per giorni, e se quando esci dal cinema hai molta voglia di parlare del film, di solito è un buon segno.

Ha confermato questa tensione Claudio Noce, che, nella chiacchierata successiva alla proiezione, condotta insieme al “cinemaniaco” Gianni Canova ha commentato: “Ci siamo presi un grosso rischio con un personaggio tra reale e immaginario, non volevamo perdere la dimensione della favola ma allo stesso tempo volevamo anche renderlo reale, dargli un peso nella drammaturgia del film. Alla fine del film o è arrivato al cuore o ha spiazzato lo spettatore”.

Tornando al tema del padre, Noce parla di Valerio come di un “invisibile” e del padre come “un assente giustificato”. Se a questi aggiungiamo l’amico immaginario in effetti sembrano tutti personaggi da favola dark: “Attraverso una consapevolezza che ho acquisito nel tempo, scrivendo, ho capito che raccontare Christian in maniera realistica mi avrebbe messo davanti a una visione ideologica. L’ambiguità dell’amico immaginario mi ha lasciato la possibilità di raccontare una storia d’amore tra padre e figlio attraverso l’amicizia tra realtà e immaginazione, mi ha permesso di evitare un giudizio politico e ideologico”.

 

Arriviamo ai “padri contemporanei” con l’appuntamento del pomeriggio, ovvero il “backstage” di Mario Perrotta, che ha raccontato, interpretato, montato cinematograficamente il suo spettacolo teatrale “In nome del padre”, finalista ai Premi Ubu come Migliore nuovo testo italiano. Un grande lavoro di ricerca, condotto con lo psicanalista Massimo Recalcati, ha portato Perrotta a costruire i suoi personaggi, i suoi padri archetipici nelle loro patologie, che rappresentano diversi livelli di inadeguatezza comportamentale, selezionati per la potenza teatrale, e per la grande lontananza. Un giornalista siciliano famoso con un figlio hikikomori che non esce mai dalla sua stanza, un operaio veneto con un figlio primo della classe, un commerciante napoletano troppo amico della figlia sedicenne. Nonostante le grandi differenze sociali, di ceto, di cultura e di provenienza, sono tutti padri nudi e privi di mezzi, e crollano miseramente davanti ai figli adolescenti. “Amo mettere in scena quello che mi fa sentire scomodo.” – ha commentato Perrotta – “Vent’anni fa scrivevo su me stesso da figlio, ma da quando sono diventato padre mi sono riempito di tutte le domande che un genitore si dovrebbe fare. Stare scomodi significa essere sanamente in fermento, non avere certezze: solo così possono diventare materia teatrale. Se avessi risposte certe scriverei un teatro morto. I miei spettacoli lasciano domande aperte e lo spettatore si risponde da sé, anche se spesso alla fine vengono da me e mi chiedono “E adesso?”.

 

LA LOCANDINA DI L’ORA DI CINEMA

Il Festival è ricco di appuntamenti e incontri che proseguiranno per tutta la settimana, il programma e gli accessi sono sul sito della Fondazione Fare Cinema.

https://www.fondazionefarecinema.it/lora-di-cinema/

 

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