Ogni scusa è buona per scrivere qualcosa su Woody Allen

Di Barbara Belzini 05 Dicembre 2020

Questa settimana Woody Allen ha compiuto 85 anni, quest’anno ha girato il suo 50esimo lungometraggio e il mio film preferito tra i suoi ne ha compiuti 45.
Quando ho cominciato a interessarmi al regista Woody Allen al cinema c’era “Hannah e le sue sorelle”, e poi vari anni di film intimisti, fino ad arrivare al mio secondo film preferito “Crimini e misfatti” del 1989 che è “Delitto e castigo” di Dostoevskij e che il nostro rifarà, fatemi contare, almeno altre quattro volte senza mai raggiungere la perfezione di quel titolo, che sentite come suona bene in inglese “Crimes and Misdemeanors”.
Quando ho cominciato a interessarmi al regista Woody Allen avevo di lui un ricordo molto diverso, quello dei film visti alla televisione, “Prendi i soldi e scappa”, “Il dormiglione”, “Il dittatore dello stato libero di Bananas”, “Provaci ancora, Sam” (che è diretto da Herbert Ross ma è tratto dagli scritti di Allen, ed è totalmente un film di Allen, uno dei suoi migliori, con i suoi ritmi, i suoi tic, le sue battute), quelli lì insomma.
E da quando ho cominciato a interessarmi al regista Woody Allen ho visto tutti i suoi film, quelli vecchi e quelli nuovi persino quelli tra il 1999 e il 2004, dei quali se mi sforzo intensamente riesco a recuperare dalla memoria qualche scena e poi la cancello subito ed è meglio così, perché uno che ha fornito tutto quel tremendo materiale da rimorchio ad intere generazioni va ricordato come si deve.
E quando penso a Woody Allen ovviamente penso a “Manhattan” al volto di Tracy eccetera, a Nabokov e al fatto che certo che Mary Wilkie era molto meglio di Tracy, ma anche la ex moglie Jill Davis era molto meglio di Tracy, e ci penso così tanto che quando vado su Wikipedia a cercare come si chiama la ex-moglie (che è Meryl Streep e non l’ho mai vista così bella come in questo film) e Wikipedia mi fa comparire la città, la mia reazione istintiva è sbuffare e pensare “Ma come, non è il film il primo risultato?


Ma soprattutto quando penso a Woody Allen, la prima cosa che mi viene sempre in mente è “Amore e guerra” che non è solo il mio preferito tra i suoi, è tra i miei 10 film preferiti di sempre. “Amore e guerra” per me è come “C’era una volta in America” ma con i russi. È uno di quei film che cito a memoria, che se per caso lo vedo passare mi fermo a guardare e faccio il lip sync di tutte le battute come Larry e Claire Underwood davanti a “Double Indemnity” (e anche quello sta nei primi 10 di sempre).
Mi fa impazzire tutto di quel film, dal titolo originale che è “Love and Death”, Amore e morte: è come intitolare un film “Il senso della vita”, come hanno fatto non a caso infatti i Monty Phyton e ditemi se non è puro Phyton quella scena onirica con le bare in mezzo a un campo, le bare si aprono, ne escono dei camerieri che si mettono a ballare tra loro.

Amore e morte che, molto più della guerra e insieme alla religione, all’etica e alla morale sono i grandi temi del film, che è il miglior omaggio di tutti tempi al genio dei russi, che prende in giro deliziosamente i capolavori di Bergman, che ha a disposizione quella favolosa Diane Keaton, e alcuni tra i dialoghi più belli di tutta la storia del cinema.

È grazie a questo film che sappiamo che la morte è peggio del pollo al ristorante Trezky, è a questo link che trovate tutta la sceneggiatura originale.
Negli ultimi vent’anni Allen ha veramente imbroccato solo cinque film, due dei quali recentissimi, quel melodramma alla Tennesse Williams che è “La ruota delle meraviglie” e la storia d’amore romantica del giovane Gatsby di “Un giorno di pioggia a New York”: a giudicare dal trailer, mi pare difficile che il miracolo possa ripetersi con “Rifkin’s Festival”

ma “hey, il talento è fortuna. La cosa più importante nella vita è il coraggio”.

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