Quando Béla Bartók inventò la Stereofonia con una Sonata

E’ stupefacente e infinito ciò che lo studio della musica può farci scoprire. Quest’anno ho analizzato la Sonata per due pianoforti e percussioni di Béla Bartók (Nagyszentmiklós, 25 marzo 1881 – New York, 26 settembre 1945). Un brano rivoluzionario sotto tanti aspetti. E inizio col dire che è tutt’altro che semplice approfondirlo, ma talmente affascinante che i plurimi ascolti che esso comporta diventano sempre più belli, addirittura magnetici.

La Sonata è composta da tre Movimenti (Assai lento. Allegro troppo; Lento, ma non troppo e Allegro non troppo) ma ciò che può sembrare “classico”, incluso il loro Sviluppo, non lo è affatto. L’organico è composto da due pianoforti, timpani, xilofono, cassa chiara senza timbro, cassa chiara con timbro, piatto sospeso, piatti, grancassa, triangolo e tam-tam – per la gioia dei percussionisti!
L’opera è stata scritta dal compositore ungherese nel 1937 – la prima esecuzione avvenne l’anno successivo a Basilea. Sicuramente il primo aspetto pregnante riguarda, appunto, gli strumenti a percussione, non solo da un punto di vista dell’utilizzo degli stessi e della ricerca di loro specifiche sonorità, ma anche da un’ottica “concettuale”. Bartók pensò infatti a una Sonata con due sezioni strumentali (i pianoforti) per bilanciare con maggior equilibrio, tra di loro, le sezioni strumentali.
A questo proposito, l’autore indicò che i pianoforti dovevano mettersi ai lati degli strumenti a percussione, perché tutte le voci strumentali risuonassero insieme, con la stessa potenza e quindi con uniformità, nonostante l’originalità e la sperimentazione che sottendono ai vari accostamenti timbrici. Da notare che, sino a quel momento, gli strumenti e percussione venivano messi ai lati e/o in fondo al palcoscenico, mai in prima linea. Non solo: le percussioni sono qui, a loro volta, strumenti solisti, non di solo accompagnamento o sostegno ritmico.

Ora, solamente dal disegno dell’autore, si può ben immaginare come l’effetto della platea sia “stereofonico”, prima dei tempi.
II I Movimento – in particolare della sezione iniziale – è il più significativo, dato che quasi tutto il resto è una sorta di sviluppo, con moltissime variazioni, di alcuni frammenti dello stesso (che è sicuramente il più interessante dei tre). Questo Movimento è infatti molto ricco e lo si percepisce proprio attraverso l’ascolto e, soprattutto, il continuo riascolto che, ogni volta, fa percepire qualche nuovo dettaglio, e qui sta il suo grande fascino.
Questa Sonata, scritta all’apice del “periodo d’oro” di Bartók, è inoltre significativa in quanto contiene alcune caratteristiche intrinseche della sua poetica e del suo stile.
L’autore infatti si rifà moltissimo al repertorio di musica popolare e, soprattutto, pone un grande peso sul ritmo. E sono proprio le strutture ritmiche a risultare in primo piano, sebbene l’utilizzo di determinati schemi ritmici, così come l’uso di poliritmìa, siano sempre concatenati ad altri parametri, armonici e melodici. I ritmi che l’autore utilizza sono simili a quelli di alcuni brani di musiche di tradizione popolare del suo Paese, in alcuni casi utilizzati da strumenti differenti rispetto alle percussioni e al pianoforte, ad esempio al violino e alla voce del canto, a sua volta utilizzata in modo più ritmico che melodico, specialmente nelle canzoni che invitano al ballo.

L’intera sezione iniziale viene definita “aurea” perché, secondo alcuni critici, esprimerebbe un “respiro cosmico”. Non a caso, Bartók lasciò alcuni scritti in cui sosteneva che la sua grande passione per gli strumenti a percussione nasceva dal fatto che questi furono la prima musica sulla faccia della terra, il primo linguaggio degli uomini e, nello stesso tempo, il primo suono della natura e dell’intero universo.
Anche nel secondo Movimento appare chiaro che la timbrica è un elemento principale, e soprattutto autonomo, della partitura. L’atmosfera è funerea e, come in una marcia, la melodia dei pianoforti è sostenuta dai tamburi.
La forma del Rondò è infine utilizzata da Bartók, con andamento scherzoso, nel terzo ed ultimo Movimento, inserendo un ampio uso di cromatismi ed elementi secondari, senza portare a una vera e propria ripresa, ma piuttosto a un effetto di dissolvenza finale, con un ritmo ostinato del tamburo e dei piatti.

Senza addentrarmi ulteriormente, ma augurandomi che possiate apprezzare l’ascolto della Sonata su internet o, ancora meglio, in stereofonia (è molto rara nei programmi dei concerti a teatro, sia per la sua complessità che per l’organico necessario), concludo sottolineando un aspetto davvero interessante ossia l’effetto acustico che Bartók ha voluto ottenere dagli strumenti a percussione. Si direbbe quasi che lui non pensasse solamente a scrivere le note e le armonie, bensì all’effetto sonoro ottenuto dalla sua scrittura per tutti gli strumenti, singolarmente e insieme, inclusi ovviamente i due pianoforti. Ed è proprio in questo senso che Bartók si può definire un progenitore della Stereofonia, perché questo è l’impatto forte che arriva all’orecchio dell’ascoltatore.
Di sicuro molti compositori del Novecento, secolo nel quale sono fiorite moltissime opere per gli strumenti a percussione in tutto il mondo (ma anche in ambito della cosiddetta musica “non colta”), devono moltissimo a Bartók e questa Sonata ne è eterna testimonianza.

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