Quello che mi porto dietro di tutti i film del 2021

Di Barbara Belzini 25 Dicembre 2021

E facciamola questa lista dei titoli del 2021, ma solo di quelli usciti in sala, su uno schermo più grande del più grande sistema home video che possedete. Sono certa che ne manchino almeno due o tre, e me ne dolgo, ma non posso sempre vivere immersa nel senso di colpa. Intanto non posso non riesco e non voglio smettere di celebrare la stravagante fantasmagoria visionaria di Edgar Wright, ne parlo da mesi con chiunque mi capiti a tiro perché mi gira in testa e nelle orecchie da quando l’ho visto: senza fare classifiche, per me il film più bello dell’anno è lo stilosissimo mix di generi di “Last Night in Soho”.

Non temo accuse di campanilismo anzi non temo proprio niente se proseguo con “Marx può aspettare” di Marco Bellocchio tra le visioni folgoranti del 2021, film-esorcismo, coraggioso e potente, dove i Bellocchio si confrontano con il fratello morto suicida, e con la loro mancanza di sensibilità, in un contesto familiare, come viene sottolineato molte volte nel film, di deserto affettivo, dove i fratelli sono impegnati a sopravvivere, a sottrarsi da un ambiente governato dal senso di colpa e dalle visioni dell’inferno, e si concentrano su se stessi, sulle loro diverse carriere, le sorelle restano attaccate alla madre, e Camillo resta fragile, incompiuto, inascoltato. “Non è un processo” – ci ha raccontato Marco Bellocchio – “E’ una verità. Non è un rimprovero, ma il non aver capito, il non aver immaginato, è un cruccio che per noi è rimasto, anche se il buon sacerdote alla fine ci assolve”. Ci sono religione e psicanalisi a chiudere il cerchio dei grandi temi della produzione Bellocchiana: la famiglia riflette intorno al tema della morte in maniera antitetica, e, in un film che mette in scena un dramma senza usare toni drammatici, i fratelli ragionano sul singolo senso di colpa con un approccio comune, intriso della laicità profonda che li ha accompagnati per tutta la vita, mentre le sorelle, plasmate nella materia della fede, appaiono serene, e illuminano il film con il loro chiarore, anche quando raccontano i momenti più bui.
Del resto, una famiglia è fatta di corpi e di posizioni: una famiglia ti può mangiare, chi è più forte se distacca per sopravvivere, chi rimane sente pesante il confronto, e a volte può restarne schiacciato. E’ accaduto ai Bellocchio, poteva accadere a chiunque. Ma nessuno avrebbe potuto raccontarlo come hanno fatto loro.

Arriva sul podio anche “Petite Maman” la favola di Céline Sciamma che ci ricorda che come sanno fare i film con i ragazzini i francesi nessuno mai. Sciamma fa un cinema di sentimenti purissimi, va dritta al cuore e lavora sulla memoria: la sua storia piccola e breve esce dal nulla come un racconto di Carver, in una manciata di giorni è capace di evocare decenni di esistenze, e questo film di pochi dialoghi e quasi senza musica, grazie alla sorprendente naturalezza delle due bambine protagoniste oltrepassa i confini del magico e ipnotizza lo spettatore come un incantesimo.

A seguire il mio Leone della Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno, “The card counter” di Paul Schrader, film secco e rigoroso, con una storia fortissima che prende a schiaffi lo spettatore. Dopo il magnifico “First Reformed” del 2017, interpretato da Ethan Hawke, Schrader con il William Tell di Oscar Isaac ci regala un altro protagonista ossessivo, inseguito dai fantasmi, un’altra storia di penitenza e ricerca di redenzione, e un fuori campo finale che vola dritto tra le migliori sequenze dell’anno cinematografico.

Nel 2021 del cinema italiano al di là di Martone e Sorrentino c’è “A Chiara”, presentato al Festival di Cannes dove ha vinto per la seconda volta la Europa Cinema Cannes Labels per il Miglior Film Europeo alla Quinzaine des Realizateurs. Il film è la stessa Chiara (Swamy Rotolo), vive addosso a lei e alla sua intimità familiare che precipita quando la ragazza scopre una verità sconvolgente sul padre. In una terra di silenzio Chiara affronta tutti, parla ad alta voce, fa tutte le domande, mette in discussione un sistema intero, finché un altro sistema, quello istituzionale dei tribunali, non la viene a cercare. Ancora una volta Carpignano mette in scena la sua comunità, quella dove vive da dieci anni, quando si è trasferito da New York a Gioia Tauro a seguito dei fatti di Rosarno, quella che conosce e che indaga portando sullo schermo i suoi volti e la sua realtà, in una personale rivisitazione del neorealismo. Anche questa volta una storia inventata innestata nel contesto vero della famiglia della protagonista con una potenza narrativa che fa di Carpignano, con i suoi trent’anni, uno dei registi del futuro del cinema italiano.

Tra le visioni che più mi sono rimaste in testa c’è anche “The Father” di Florian Zeller che racconta lo spaesamento nella mente di un malato di Alzheimer (Anthony Hopkins) e le reazioni della figlia (Olivia Colman). Immaginate di svegliarvi ogni giorno e non riconoscere il luogo dove abitate, di trovare in casa persone che dicono di essere vostri parenti, o una ragazza che non conoscete che insiste per darvi delle pillole. Di non ricordare di aver perso qualcuno, e aspettarlo ogni giorno. Immaginate di dover ogni giorno ricostruire la vostra storia, di dovervi assicurare di essere nel posto giusto, circondato dalle persone giuste. Immaginate di essere una figlia che vede il disfacimento del padre, che a tratti vive in un passato perduto dove tu non ci sei, e dove lui era felice. Di vederlo euforico, o aggressivo, o triste, o disperato, di non sapere come si sveglierà alla mattina, di non sapere, nemmeno tu, con tutta la tua lucidità, che persona aprirà quella porta. Piccolo film perfetto che usa benissimo la propria claustrofobia fisica e mentale, “The Father” è girato completamente nel chiuso di appartamenti e ospedali dove continuamente si aprono porte interne dietro alle quali ci sono sempre personaggi diversi, e momenti diversi, e giorni diversi, e mentre lo guardi lo tocchi con mano quel panico, e diventa incontenibile la voglia di spalancare le finestre, di uscire, di respirare, di schiarirsi le idee.

Un altro film italiano notevolissimo arriva dalla Mostra del Cinema di Venezia, “Atlantide” di Yuri Ancarani e i suoi ragazzi con i barchini a Venezia, che sono così giusti che tutto quello che abbiamo visto nel cinema italiano degli ultimi anni sugli adolescenti sembra stonato.

Si può dire quello che si vuole di Leo Carax, soprattutto si può dire come sia facile trovarlo pretenzioso e supponente, ma non si può dire che non abbia una visione. E anche io mi sono innamorata di “Annette”, favola in un mondo di favole, opera in forma di musical, che con “So may we start” ci ha travolto all’apertura del Festival di Cannes. Annette il bambolotto, figlia della cantante lirica (Marion Cotillard) che tutti amano e dello stand-up comedian (Adam Driver) che gioca con il suo pubblico sul filo dell’odio smantellando la finzione scenica, figlia di Leo Carax, che gioca con lo spettatore sullo stesso filo.

Un po’ a sorpresa mi sono ritrovata a ripensare molto a “Il potere del cane” di Jane Campion, Signor Ritorno di una Signora del Cinema che isola quattro personaggi, una donna, un ragazzo, due fratelli, grandi figure tragiche in un mondo tutto maschile di allevatori nel mezzo del nulla e incrocia i loro conflitti continuando a girare la trama verso curve inaspettate. Nonostante il Premio per la Migliore Regia a Venezia il film non è stato accolto con grande calore in Italia, mentre gli americani si stanno spellando le mani e lo stanno ricoprendo di premi in tutti i festival pre-Oscar, e sono tante le categorie dove potrebbe approdare.

Ho lasciato alla fine un’eccezione, un film che non è ancora uscito perché volevo segnalarlo ancora, e implorare una distribuzione italiana. “Serre-moi fort” di Mathieu Amalric è una meraviglia di emozioni, stile, costruzione narrativa, con una magnifica Vicky Krieps: un film che ha un’idea e che sa portarla avanti splendidamente.

Elogio del Festival

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