Ritratto di famiglia in un interno Marvel: Black Widow

Di Barbara Belzini 10 Luglio 2021

Natasha Romanoff (teniamo la forma anglicizzata del nome) è sempre stata la più interessante degli Avengers: un passato oscuro, un personaggio sempre sul filo del tradimento come in “Civil War” (dove, diciamolo, le nostre scene preferite sono quelle tra Cap e Nat – Scarlett Johansson -, ad esempio questa

 

dove lei gli spiega che non può più mettere il bikini per via di una pallottola e lui le risponde “Oh, sono certo che ti stia malissimo adesso”).
Lo spin off dedicato a “Black Widow” (e che fa ancora parte della fase esce tardi: in teoria è la prima pellicola della fase 4, in pratica, se pensiamo a WandaVision, a The Falcon and The Winter Soldier e a Loki è ancora un film (autoconclusivo) della fase 3.

Esce tardi (in sala e su Disney+), spiega alcune cose, soprattutto lancia qualcosa di nuovo: Yelena Belova, interpretata da Florence Pugh, che è la cosa migliore di tutto “Black Widow”.

Dai pochi squarci emersi da “Age of Ultron” francamente mi aspettavo di scoprire qualcosa di molto più torbido, malato e morboso nel passato di Natasha, ma ehi, ho trovato famiglia, controllo, e senso di colpa, vediamo di farceli bastare ok?

In Ohio, nel 1985, una Natasha quindicenne ha una sorellina di sei anni, una madre scienziata (Rachel Weisz) e un padre fanatico (David Harbour, lo sceriffo di Stranger Things): con una colonna sonora splendida che passa dalla versione originale di “American Pies” alla rivisitazione di “Smell like teen spirit” di Malia J., in una manciata di minuti questa vita americana viene strappata alle due sorelle russe che vengono separate mentre ancora scorrono i titoli di testa.

21 anni dopo Natasha è in fuga dopo “Civil War”, lei e Yelena si rincontrano a Budapest, dove abbiamo un ulteriore approfondimento di quello che è successo in quella città tra Natasha e Clint Burton.

L’incontro con la sorella avvia un divertente sottotesto che percorre il film, e che regala un filo di umanità alle due ragazza, perché Yelena passa dall’ammirazione per l’Avengers che Natasha incarna, alla delusione nei confronti di tutti i supereroi dai quali si sente abbandonata, alla presa in giro del suo “personaggio pubblico”, che lei definisce una poseur.

Ma soprattutto Yelena ha la funzione di introdurre il vero antagonista della storia, Dreykov, il creatore della stanza rossa, delle “vedove nere”, un uomo che gestisce un’organizzazione criminale che raccoglie (e rapisce) bambine che non hanno nessuno che le protegga.

E mi viene subito in mente Cersei Lannister

 

Qui si innesca la missione che porterà, dopo le già spettacolari scene di Budapest, a un finale ancora più spettacolare, al ritorno della “famiglia” che in questi anni può significare tutto, da quella di Dom Toretto di “Fast and Furious” a quella di “The Ice Age”, a tutte quelle che non fanno che ripetere che “non c’è nessun noi”: la famiglia che può anche non essere quella di sangue, ma qualcosa che anche quando non ci sei resta ad aspettarti, qualcosa che rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure.

 

 

 

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