Roll Over Beethoven. Le sue Sinfonie come i drammi di Shakespeare

Una volta ho letto la definizione di Sinfonia in un vecchio libro umoristico. “Una composizione musicale in quattro tempi: dentro, giù, su e fuori”. L’International Encyclopedia of Music and Musicians la definisce “Sonata con orchestra”. Ora dovremmo definire cos’è una Sonata, ma non è quello che mi propongo di fare. Per darvi un’idea della sua grandezza, paragonerò Beethoven a Shakespeare e le sue Sinfonie ai drammi shakespeariani.

Che cosa esigiamo da un dramma? Che i personaggi siano vivi, con i loro tratti salienti e i punti deboli. Che quanto accade loro sia presentato in modo da convincerci della verità degli avvenimenti. Se ciò che conta in un dramma sono i personaggi e l’intreccio, il parallelo calza. Anche nella Sinfonia contano soprattutto due cose: prima dobbiamo provare piacere nell’ascoltare le melodie dei Temi che un compositore ci presenta, poi sentirci rapiti dal loro Sviluppo, dalle combinazioni, dalle variazioni. I Temi sono i personaggi della Sinfonia e ciò che accade loro è l’intreccio narrativo.
Due esempi lampanti. Tre note più una formano il Tema principale della Quinta Sinfonia di Beethoven.
Due note discendenti è tutto quanto forma il primo Tema della Nona. Attorno a questo minuscolo nucleo si libra una musica potente ed eterna. Non è incredibile?

Le Sinfonie di Beethoven consistono di quattro Tempi. Ciascuno è delineato in modo che tutti insieme formino una composizione equilibrata. Il primo può cominciare con una Introduzione (come la Seconda e la Sesta Sinfonia) oppure può cominciare bruscamente, presentando subito il Tema principale (come la Quinta e la Terza Sinfonia). Spesso, in questo I Tempo entrano due Temi principali, il primo dei quali può essere di carattere energico mentre il secondo è più lirico e delicato. Questi vengono presentati in un’Esposizione e poi ripresentati per fissarli nella nostra memoria. Poi, come i personaggi di un dramma, vengono assoggettati a diversi mutamenti o combinazioni e a vari sviluppi, con orchestrazioni diverse. Alla fine dello Sviluppo, si ha una Ripresa nella quale si odono ancora i temi principali, prima di una coda finale.

Questo, in sintesi, l’abbecedario per iniziare a comprendere un mondo sconfinato come quello delle Sinfonie beethoveniane. Ma non sempre è necessario comprendere tutto, nella musica, per esserne affascinati. Gli Adagi di Beethoven (solitamente il secondo Tempo delle sue Sinfonie), ad esempio, sono di una profondità unica, che ridesta facilmente sentimenti nell’ascoltatore. Lo studioso George R. Marek li ha definiti “un dono, quanto di meglio la vita può offrire” – io potrei dire lo stesso di Mozart.
In Beethoven arriva poi un terzo Tempo, in contrasto: Allegro, talvolta tumultuoso. Prima di lui, questo era solitamente un Minuetto, una danza. Beethoven ne sviluppò la forma e lo chiamò Scherzo, anche se lo Scherzo era sovente amaro. Il finale delle sue Sinfonie, infatti, avvia l’ascoltatore a una conclusione. In Beethoven è quasi invariabilmente vittoriosa, ma comunque una lotta di un uomo, o dell’intera umanità, con un destino amaro, a cui però non si arrende.
Nessun grande artista può essere realmente cinico, neppure se colpito da una sordità che lo isola dal mondo, disperato e sempre più irascibile se non fosse che per la sua arte, che continua a fremergli dentro.

In questo 2020, tutto il mondo doveva celebrare, con una serie di iniziative rilevanti, i 250 anni dalla nascita di questo immenso genio tedesco, morto a Vienna nel 1827. La pandemia, soprattutto in Italia, ne ha cancellate parecchie. Ci auguriamo di tornare a celebrare Beethoven, al di fuori delle ricorrenze. Perché, come sostiene Marek, le sue Sinfonie ci aiutano a dire sì alla vita. E questa è un’eredità sconfinata, ogni giorno di ogni anno di ogni secolo.

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