Scorsese ci ricorda cose

Di Barbara Belzini 20 Febbraio 2021

Per quelli che si sentono finiti a 50 anni, Martin Scorsese ne ha 78: continua a girare film (dovrebbero partire in primavera le riprese di “Killer of the Flower Moon”, prodotto da Apple per 200 milioni di dollari, con Jesse Plemons, Robert De Niro e Leonardo Di Caprio), a promuovere il restauro di pellicole, a girare documentari esilaranti con la sua migliore amica, ad ispirare generazioni di cineasti e spettatori e ad alimentare il dibattito culturale e cinematografico: un anno e mezzo fa, mentre usciva “The Irishman” – produzione Netflix, disponibile sulla piattaforma

 

eravamo tutti lì a commentare le sue dichiarazioni sui film di supereroi, che “non sono cinema, ma parchi a tema del divertimento”. Grande risonanza, molte chiacchiere, tutto legittimo perché non so cosa altro ci si potrebbe aspettare da una figura come Scorsese se non questo pacato e ragionevolissimo commento: “Sono cresciuto in un altro periodo storico e ho sviluppato un gusto per i film – per quello che furono e potrebbero essere – che è lontano dall’Universo Marvel tanto quanto la Terra è lontana da Alpha Centauri”.

https://www.nytimes.com/2019/11/04/opinion/martin-scorsese-marvel.html

Ma scusate se rido, ho una malattia e mi ha sempre divertito il cortocircuito perfetto tra le dichiarazioni di Scorsese nello stesso momento in cui nelle sale impazzava l’osannato e poi pluripremiato “Joker” di Todd Phillips, che è una dichiarazione d’amore a Scorsese (tanto è che gli avevano chiesto di produrlo) con protagonista uno dei più famosi villain della storia dei fumetti. Phillips regala una nuova forma alta, “autoriale”, al contenuto “basso” Joker, facendone un’icona generazionale, un nuovo Travis Bickle nella New York di Scorsese, con pezzi interi di “Re per una notte” di Scorsese, De Niro incluso, con la location manager di Scorsese.

In questi giorni si legge dappertutto dell’attacco di Scorsese alle piattaforme streaming (per quelli che fanno notare che le attacca e poi si fa finanziare rimando alla stagione 6 di West Wing dove Alan Alda nei panni del candidato repubblicano Arnold Vinick dice: “Se non sei capace di bere il loro alcol, prendere i loro soldi e poi votare contro di loro, allora sei nel business sbagliato”): “Il Maestro. Federico Fellini and the lost magic of cinema” è il titolo dell’essay del regista e già questo dovrebbe far capire cosa gli interessa raccontare.

È un pezzo che parla di “cinema” in opposizione al “contenuto”, che è “un termine commerciale applicabile a tutte le immagini in movimento: un film di David Lean, un video di gatti, uno spot del Super Bowl, un capitolo dei supereroi, un episodio di una serie”. È una lunga celebrazione di Fellini, che ricostruisce la nascita del brand Fellini, esplora la sua filmografia, racconta la loro amicizia, dice che non riesce neanche a raccontare in quanti modi 8 ½ lo ha influenzato “Fellini ha mostrato a tutti noi cos’era essere un artista, il bisogno prepotente di creare arte. 8 ½ è la più pura espressione di amore per il cinema che conosco”. È un pezzo che parla della necessità di tramandare sia l’amore che la conoscenza che la cura delle opere di questi registi, perché Fellini, Hitchcock, Godard, Bergman, Kubrick, Varda (e Scorsese, Coppola, Spielberg e una quantità di contemporanei, potremmo aggiungere) sono quello di cui abbiamo bisogno per ricordarci che cosa è cinema, e cosa no.

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