Se solo “House of Gucci” avesse avuto il coraggio di non prendersi così tanto sul serio

Di Barbara Belzini 18 Dicembre 2021

Il tanto vituperato, cafone, soap opera, camp, “House of Gucci” ha molte carte interessanti da giocare, oltre a quella di un regista iconico come Ridley Scott: ha il Super Cast che comprende Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino, Jared Leto, Jeremy Irons e Salma Hayek. Ha un marchio noto in tutto il globo da far sbrilluccicare in ogni sequenza. Ha la ricchezza, le case, le auto, le moto, i vestiti. Ha la musica, perché l’azione si sposta di otto anni per uscire dai pericolosi anni ’70 e mettersi comodi nel sound di plastica degli anni ’80. Ha l’Italia, e poco importa se quello che è accaduto a Milano viene girato a Roma, non è mica un film per gli italiani questo (anche se gli italiani lo vivono come il nostro cinema anni ’80, e pensano che a quella colonna sonora manchi solo “I like Chopin”). E soprattutto ha LA FAMIGLIA.

Ma della notissima storia di cronaca che porta all’omicidio di Maurizio Gucci (il portatore della stirpe) da parte della moglie abbandonata Patrizia Reggiani (la cafona arricchita) non è la verità sulla famiglia che interessa a Scott (che aveva comprato i diritti del libro “The House of Gucci: A Sensational Story of Murder, Madness, Glamour, and Greed” di Sara Gay Forden pochi anni dopo la sua pubblicazione nel 2001): non era quello il suo obiettivo neanche in “Tutti i soldi del mondo” che è uno spaccato familiare molto meno intrigante di questo. E’ invece interessante che sia uscito in sala pochi mesi dopo “The Last Duel”, che è invece film che sulla verità cerca di ragionare fornendo diverse interpretazioni dello stesso avvenimento.

L’occhio di Scott si concentra qui sui suoi super attori, su questo mondo di quattro uomini nel quale arriva una donna a scompaginare tutto: Patrizia la moglie di Maurizio rifiutata dal padre Rodolfo e accettata dallo zio Aldo è anche complice del cugino Paolo e amica della cartomante Pina.


Intorno a lei ruota tutto, e giustamente, perché “House of Gucci” è una storia d’amore, avidità e vendetta ma soprattutto è una storia di carisma ad ingranaggi che ruota intorno a Lady Gaga intorno alla quale girano tutti quei nomi infilati in quei vestiti che si muovono con quelle macchine da una casa all’altra.


E Lady Gaga è perfetta in ogni scena, in ogni look, in ogni battuta ad effetto. La Patrizia Reggiani di Stefani Joanne Angelina Germanotta è così carismatica che in ogni momento in cui non è in scena il film si affloscia, anche quando dovrebbe raccontarci passaggi importanti che mandano avanti la trama, come la relazione tra i due padri e i due figli, o le manovre di potere intorno a Maurizio. Si perde in queste derive di sceneggiatura “House of Gucci”, in questi cali di tensione dove cerca di ritrarre la famiglia, invece di smettere completamente di prendersi sul serio, restare saldo sulla figura di Patrizia moglie ripudiata che torna a essere solo regina dei tarocchi e insistere su momenti felici come la sfilata di Paolo con la moglie che gorgheggia mentre la polizia ferma le modelle.

E quindi quello che manca a “House of Gucci” è un tono, uno stile, e si salva grazie a Lady Gaga che è l’unica ad avere sia l’uno che l’altro, che splende anche quando la sua bellezza svanisce e comincia a sembrare Irene Pivetti, anche quando insieme a Pina Auriemma va a reclutare Benedetto Ceraulo e Oreste Cicala, che nomi bellissimi che storia fantastica, e stanno così bene insieme Lady Gaga e Salma Hayek che mi hanno fatto venire voglia di vederle in un film di Almodóvar, uno di quelli belli dove le donne ammazzano gli uomini e nessuno le scopre mai.

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