Servono gli Occhi del Cuore per guardare “E’ stata la mano di Dio”

Di Barbara Belzini 27 Novembre 2021

Come si fa a commentare criticamente un film in cui un cineasta molto amato e molto noto mette in gioco tutto e si mostra disarmato davanti al pubblico? E soprattutto come si fa a giudicarlo? Ci sono occasioni, come questa, in cui i parametri della critica, estetica, storia, narrazione, struttura, devono farsi da parte, per lasciare il posto ad altri strumenti. “É stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino racconta la storia, largamente autobiografica senza bisogno di stare al gioco del cosa è vero e cosa è falso, della sua adolescenza, interrotta dalla morte dei genitori in un incidente domestico. Sorrentino ce la racconta attraverso gli occhi adolescenti di Fabietto Schisa, che sta per finire il liceo nella Napoli degli anni Ottanta, tra parenti, vicini, contrabbandieri, Maradona, gli scherzi di sua madre, le ritrosie di suo padre, e il grande amore che li legava.

 

A caldo qualcuno ha postato “La mano di Dio, il cuore di Paolo”, ma manca un terzo fattore, che è la testa di Paolo Sorrentino, quella che ci ha regalato storie, sogni, volti, visioni folgoranti e lampi sferzanti su quello che siamo diventati. Il film rimette in scena anche tutti questi elementi, ma la storia cerca di contenere la testa di Paolo e di far parlare il cuore: Sorrentino comincia la rivisitazione della propria adolescenza con il consueto filtro felliniano, ma quando arriva alla tragedia depone le armi e gli orpelli e semplifica il racconto, quasi con pudore, quasi con la timidezza del ragazzino che era.

 

Ma cosa è “La mano di Dio”? E’ il fato, il destino, la coincidenza, la scaramanzia, è la fede di Napoli e dei napoletani in Maradona che “salva” il protagonista. E’ un film Uno e Trino, per continuare il gioco con la divinità: un romanzo di formazione intero e tripartito, dove all’inizio troviamo il Sorrentino “mood”, la chiesa, la religione, la famiglia, la caricatura grottesca, in mezzo, dopo il lutto, c’è la disperazione, il sesso, la malattia mentale, e alla fine c’è l’incontro con un Maestro e il progetto del suo futuro, con quel treno che lo porta a Roma come Moraldo-Fellini che ne “I vitelloni” lascia i suoi amici e parte da Rimini per andare a Roma.

 

 

In questo viaggio importante Sorrentino ha portato con sé Toni Servillo e Teresa Saponangelo, chiedendo loro di essere il suo privato, la sua memoria, i suoi genitori, l’esordiente Filippo Scotti nei panni di Fabietto, Luisa Raineri nei panni della musa, e ha messo in scena il suo incontro con Antonio Capuano, Maestro vero, protagonista di una sequenza folgorante, un corto di dieci minuti sull’incontro di cui tutti avremmo bisogno nella vita, quello con chi è capace di farti le domande giuste, ma ce l’hai una storia, ma ce l’hai un dolore, eh, ce l’hai?

 

 

 

 

 

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