Si scrive Cronenberg si legge FILMONE

Di Barbara Belzini 27 Agosto 2022


La vita che imita l’arte che imita la vita (ma in questo caso sicuramente non imita la cattiva televisione) non è un assioma che si possa applicare a David Cronenberg, che ha quasi ottant’anni, che registicamente ne dimostra trenta, e che da tutta la vita vede il futuro (della vita e dell’arte).
Nume tutelare della Palma d’Oro dello scorso anno, “Titane” di Julia Ducournau, Cronenberg è tornato a Cannes (dove ha vinto il Premio Speciale per la Giuria nel 1996 per “Crash”) con il suo nuovo (vecchio) film, “Crimes of the future”.
Torna a parlare del corpo e delle sue modificazioni Cronenberg: “Crimes of the future” (una sceneggiatura che doveva essere messa in cantiere all’inizio dei 2000), uscito ora in sala, mette in scena un futuro inquietante, dove, mentre la specie umana si adatta a un ambiente sintetico, i corpi si trasformano e subiscono delle mutazioni. Con la sua partner Caprice (Léa Seydoux), Saul Tenser (Viggo Mortensen, suo partner in crime da diversi anni), famoso body artist, esibisce la metamorfosi del suo corpo trasformando l’estrazione chirurgica dei propri tumori in una performance creativa. Intorno a loro, al loro fascino e alla loro notorietà, si muove la burocrazia di una deliziosa eccitatissima Kristen Stewart, la polizia e un gruppo misterioso di attivisti.


Il regista canadese mancava dalle sale dal 2014, quando ha portato in concorso a Cannes “Maps of the stars”, una tragedia greca familiare che va da Viale del Tramonto a Brett Easton Ellis, che ha fatto vincere a Julianne Moore ha vinto il premio per la Migliore Interpretazione Femminile. E anche in quegli anni in cui non ci ha riproposto ad libitum la sua visione Videodrome della vita, quando aver esplorato in ogni modo i temi della manipolazione organica, dal 1975 con “Il Demone sotto la pelle” – le rarissime occasioni in cui il cambiamento del titolo originale genera meraviglie – a” eXistenZ” del 1999, sceneggiatura originale, clamoroso flop di incassi, un film che è genio puro interpretato dalla magnifica Jennifer Jason Leigh, anche quando Cronenberg in un certo senso si è “normalizzato”, ha prodotto almeno due bellissimi titoli ad alto budget significativamente “noir”, entrambi interpretati da Viggo Mortensen “A history of violence” nel 2005 e “La promessa dell’assassino” nel 2007, per poi provare a coinvolgere le giovani generazioni, come Fassbender (“A Dangerous Method”, 2011) e Pattinson (“Cosmopolis, 2012).


È sempre avanti anni luce Cronenberg, che usa il suo film per parlare di ambiente, sesso, spettacolo, capitalismo, arte, commercio: i crimini del futuro sono dietro l’angolo, e sono dentro di noi.
Per lui invece sono già alle spalle, Cronenberg è già morto nel suo corto “Il suicidio dell’ultimo ebreo del mondo nell’ultimo cinema del mondo” (nel film a episodi “A ciascuno il suo cinema” prodotto da Gilles Jacob), e anche in “The Death of David Cronenberg”.
Quest’uomo ha messo all’asta i suoi calcoli renali, e adesso ha fatto un film dove si commercializzano i tumori. I rifiuti del corpo che diventano arte.

© Copyright 2022 Editoriale Libertà