Son finito qui sul molo a parlare all’infinito di “Luca” e della Disney Pixar

Di Barbara Belzini 26 Giugno 2021


Lo avevamo già annunciato qualche mese fa “Luca”, il nuovo film Disney Pixar, magnificando la manifattura dell’indipendente “Wolfwalkers” rispetto a “Soul” vincitore dell’Oscar: la visione su Disney +, molto penalizzata dallo schermo casalingo (un gran peccato, non si capisce perché non fare un’operazione come quella di “Crudelia”, che è uscito contemporaneamente in sala e in streaming) in parte conferma i sospetti sul “turismo” pixeriano, che dal Messico di “Coco” si sposta in Italia e, soprattutto chi appartiene a quella generazione che ha tremendamente amato la Pixar di “Toy Story”, “Monster & Co”, “Alla ricerca di Nemo”, “Wall-E” e “Up” (che rimangono le sceneggiature migliori) non riesce a nascondere un fondo di delusione davanti alle produzioni degli ultimi 10 anni (con l’unica eccezione di “Inside Out”).
Ambientata in Liguria negli anni ’50 “Luca”, è una classicissima storia di formazione, diversità e integrazione: Luca è un giovane mostro che fa il pastore di pesci (che è una bella idea stravagante, che ti fa sperare in altre belle idee stravaganti, e ahimè invece no), ha una madre iperprotettiva, un padre distratto e una nonna che parla poco ma che sa da parte gira il mondo.

 

La curiosità e l’adolescenza lo attirano verso il mondo esterno, dove i mostri marini assumono un aspetto umano, e verso il coetaneo Alberto, che si muove tra sotto e sopra con grande familiarità. L’incontro tra i ragazzi è quello tra due solitudini troppo silenziose: tra sogni di girare il mondo in vespa e la brutale necessità di sottrarsi ai genitori di Luca, è inevitabile lo sbarco sulla terraferma abitata, e il “contatto” con gli esseri umani, facilitato da Giulia, che rappresenta il passaggio successivo nel percorso di crescita del protagonista.

 

In tanti hanno visto nel film, uscito nel mese del Pride Month, una storia d’amore tra persone Lgbt+: i mostri marini che devono nascondere la loro vera natura alla comunità degli umani, l’amicizia tra i due ragazzi che si incrina davanti a Giulia, l’attrazione tra Luca e Alberto rappresentata come una “fase”. Il regista Luca Casarosa, che è nato a Genova e ha abitato in Liguria per vent’anni, dice che la sua intenzione era di “raccontare un’amicizia prima dell’arrivo di “girlfriend and boyfriends” a complicare le cose”.

Il New York Times intanto titola “Calamari by your name”, a ricordare la storia d’amore ambientata nell’estate italiana del film di Luca Guadagnino. Allo stesso modo ci si potrebbe leggere una storia di accoglienza, che abbatte pregiudizi e stereotipi nei confronti di chi viene dal mare, o da un ambiente a noi sconosciuto: sono tutti sottotesti che potrebbero esserci o non esserci, in una grande, anzi estrema, e rilassante libertà di interpretazione che dovremmo concederci tutti.
“Luca” è una storia semplice, e il suo punto di forza non è certamente la scrittura: è l’ambientazione, la luce, il colore, il production design, le mille citazioni della nostra cultura e del nostro cinema.

 

 

Ma soprattutto in “Luca” funzionano i sentimenti, quel racconto di estate e di amicizia, di gelosie e tradimenti, di felicità pura che non saprai mai più neanche descrivere, figurarsi raggiungere, quella incredibile sensazione di giovinezza e di potenzialità infinite, questo sole che cosa può fare io non ci credevo ma posso sognareeeeeeeeeee. E comunque: macché palline e stelline, macché Dizionario, il “Lacrimarium” dei film voglio fare. Con un unico criterio: se mi fa piangere, mi piace. E “Luca” mi piace.

 

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