Scarpette rosse

Spike, Woody, Ronan: Fa’ la cosa giusta (se puoi)

20 giugno 2020 - Barbara Belzini


A proposito di statue, è sempre brutto quando cadono quelle degli eroi. In una delle sue peggiori settimane, Spike Lee, nel giro delle interviste per la promozione del suo ultimo film “Da 5 Bloods”, uscito da pochi giorni su Netflix cavalcando le legittime proteste del movimento Black Lives Matter, ha fatto una dichiarazione a proposito della “cancel culture” e di Woody Allen, sostenendo che Allen è un suo amico e un grandissimo regista, e che non è giusto cancellare qualcuno come se non fosse mai esistito.
In estrema sintesi, perché è storia molto nota: dopo aver sempre negato (ed essere stato sempre scagionato da) ogni accusa di molestia nata dalla sua spinosissima cerchia familiare negli anni ‘90, Allen negli ultimi anni è stato travolto dalla nascita del MeToo, è stato in causa con Amazon che ha bloccato la distribuzione del suo film “Un giorno di pioggia a New York” negli USA (il film, delizioso, è uscito solo in alcuni paesi in Europa), si è visto negare la pubblicazione della sua autobiografia “Apropos of nothing” da Hachette, poi raccolta da Arcade Publishing (pubblicata in anteprima in Italia da La Nave di Teseo con il titolo di “A proposito di niente”), diverse celebrities hanno dichiarato di essere pentiti di aver lavorato con lui e hanno devoluto in beneficenza il compenso ricevuto dalla partecipazione ai suoi film (come Timothée Chalamet, al quale Allen ha regalato uno dei personaggi migliori che mai gli capiterà di incontrare). Altri, come Diane Keaton e Scarlett Johansson, sono sempre rimaste al suo fianco. Ma Woody ha contro buona parte dell’establishment, capitanata dal figlio Ronan Farrow, firma potentissima del giornalismo americano d’inchiesta, vincitore del Pulitzer nel 2018 per il suo reportage su Harvey Weinstein (sulle inchieste di Farrow, recentemente ha fatto molto discutere un articolo del New York Times, “Is Ronan Farrow too good to be true?”, che sosteneva che ci fossero alcune debolezze nelle sue ricostruzioni

E quindi tutto bello, tutto giusto, grande Spike! Peccato che il giorno dopo sia uscito questo tweet con le scuse del regista afroamericano: “Sono molto spiacente. Le mie parole erano SBAGLIATE. Io non tollero e non tollererò molestie sessuali, assalti o violenze. Comportamenti del genere causano danni reali che non possono essere minimizzati”. Parole dietro alle quali si sentono le telefonate roventi e le dita frenetiche che volano sulle tastiere degli uffici legali e di marketing di Netflix, preoccupatissimi per le sorti di “Da 5 Bloods”, che sarà uno dei titoli di punta per la campagna degli Oscar. Il film, che racconta la storia di quattro veterani afro-americani (Delroy Lindo, lanciatissimo verso la stagione dei premi per la sua interpretazione del veterano trumpiano con tanto di cappello “Make America Great Again”, Clarke Peters, Isiah Whitlock Jr. e Norm Lewis), che ufficialmente tornano in Vietnam a cercare i resti del loro capo-plotone caduto in guerra per poi recuperare anche un baule pieno d’oro oro che avevano nascosto nella giungla. Ci sono chiari omaggi film a grandi classici come “Il tesoro della Sierra Madre”, “Il Ponte sul fiume Kwai” e “Apocalypse Now”, non mancano intermezzi storici, Angela Davis, Mohammed Alì, di storia politica del movimento, e si approfondisce anche il tema del “Sempre il negretto dietro il grilletto” accennato anche da Kubrick nel suo “Full Metal Jacket”, quello degli afroamericani spediti in guerra a difendere un paese che li ha sempre difesi ben poco. Lo spunto è interessante, la resa un po’ meno e questo “A Spike Lee Joint” gronda retorica e didascalismo.
Ci avevamo messo anni a dimenticare “Miracolo a Sant’Anna”: Spike Lee era appena risorto con “BLACKkKLANSMAN”, avevamo tifato per lui contro “Green Book” perché, “Non si può perdere due volte contro “A spasso con Daisy”, e in fondo gli potremmo perdonare anche questo film.
Ma li perdoniamo meno, i nostri eroi, quando smettono di fare la cosa giusta.

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