Sting a Parma, gli anni scorrono attraverso canzoni senza tempo

S’intitola “My Songs”, il tour di Sting che ha fatto tappa a Parma. Ma potrebbe anche  intitolarsi “Your Songs”. Perché chi è stato un ragazzo negli anni Ottanta e Novanta, con quelle canzoni ci è cresciuto, si è innamorato, le ha canticchiate sotto la doccia.
Uno show memorabile, e la “zampata del leone” sapevamo che sarebbe arrivata, non solo per la grande professionalità del Nostro – circondato da una band giovane e variegata, con l’eccezione dell’immenso chitarrista di sempre, Dominic Miller (stavolta  un po’ in secondo piano e non si capisce il perché), e la voglia di rileggere in stile reggae certi brani dei Police, con tanto di esplicito omaggio a Bob Marley, e con solo dei coristi di colore che aprono – merito anche dell’armonica virtuosa suonata da un sedicenne – parentesi soul, funk e rhythm and blues.

Le emozioni sgorgano, da ambo le parti. E va detto che Sting, notoriamente perfetto ma anche un po’ “freddino” dal vivo (a voler cercare il pelo nell’uovo, intendiamoci), con gli anni si è trasformato caratterialmente in una persona più empatica, meno timida (per sua stessa ammissione: come molti grandi artisti, a dispetto della sua enorme popolarità e del suo attivismo, non ama particolarmente i riflettori puntati), capace di coinvolgere il pubblico praticamente ad ogni canzone.
“My Songs”, si diceva. E ci sono tutte. Ma su tutte, “Shape of My Heart”, “So Lonely”, “Roxane”, “Every Breath You Take” (che indossa un vestito nuovo), una innovativa “Walking On The Moon” e “Fragile”, in cui la voce gli si rompe per qualche secondo, ma solo dopo aver cantato per quasi due ore in maniera ineccepibile.
Il pubblico meno avvezzo ai concerti di Sting se ne sta ancora lì, in attesa di un altro bis. Ma “Fragile” è da sempre il suo “arrivederci” e così tutti torniamo in fila verso casa, in una notte torrida in cui la musica è arrivata come pioggia di ricordi a rinfrescare l’anima e il cuore.

© Copyright 2022 Editoriale Libertà