“The Bear” è come uno sparo nel buio di una cucina

Di Barbara Belzini 07 Gennaio 2023

È già stata rinnovata per una seconda stagione “The Bear”, serie di Christopher Storer e Joanna Calo arrivata su Disney + nei mesi scorsi, ed è un’ottima notizia perché è una specie di miracolo che ambienta in una cucina scalcinata una storia compressa e veloce come una fucilata.


Carmen “Carmy” Berzatto, un giovane chef che ha lavorato nei ristoranti più famosi del mondo, torna a casa a Chicago dopo la morte del fratello per gestire il locale di famiglia, che ha ereditato insieme a una brigata complessa, che comprende l’amico di sempre Charlie, la scorbutica Tina e il pasticcere Marcus, ai quali si aggiunge la nuova sous chef Sidney, che con Carmy condivide il senso dell’organizzazione e la consapevolezza della necessità della gerarchia.

 

“The Bear” comincia in medias res e non torna mai indietro a spiegarti niente: tutto il resto te lo devi immaginare. Durante otto episodi veloci (brevi) e pieni di tensione sei immerso in un microcosmo piccolo, sporco e puzzolente dove uno chef stellato cerca di tirare a campare in un diner pieno di debiti circondato da una staff di spostati e da una nuova assunta upper class.

 

Sei lì in mezzo a questi personaggi perfetti, essenziali, vivi reali, presenti, sudati: tutti urlano e nessuno spiega niente: non si sa perché Mickey è morto, non si capisce perché Carmy si ostini a lavorare in questa bettola, non puoi fare altro che aggrapparti ai pochi brandelli di informazione che hai e tutto il resto è da immaginare nella tua mente, bellezza.

A proposito di mente, ho letto da qualche parte che “The Bear” è una serie sulla mascolinità ferita che urla per ritrovare sé stessa, ma in realtà “The Bear” ragiona e funziona come un uomo dalla mascolinità ferita: è come passare del tempo nella mente di un uomo, che salta tutte le spiegazioni per darti i fatti così come sono accaduti, senza spiegazioni, senza interpretazioni. Ci sono i fatti, che accadono rapidissimi, e tutto il resto non esiste.

 

E poi lentamente metti insieme i pezzi e capisci che intorno a questo Mickey morto c’è una famiglia che è un corpo, la sorella Natalie è la mente, Carmy è il cuore e Richie è un altro organo interno ferito a morte, e la cucina è l’ossessione dove puoi mettere il tuo dolore e controllarlo, e rifare il tuo piatto finché non è perfetto.

Questo è “The Bear”: un concentrato di dolore che viene gestito ossessivamente da mani che si muovono velocissime finché non diventa sopportabile, ed la scrittura è così giusta, e la tensione è così perfetta, che tutto intorno si sgonfia e diventa mediocre.

© Copyright 2023 Editoriale Libertà