Scarpette rosse

Tutti i volti del Presidente

7 novembre 2020 - Barbara Belzini

E quindi, dopo giorni di conteggi, fede, pazienza, il leader del mondo libero ha il volto nuovo di un uomo buono e rassicurante, tutto l’opposto del suo predecessore, e se arrivati a questo punto ancora facciamo fatica a spiegarci perché questa elezione è stata così lunga e difficile siamo stupidi noi, e incapaci di capire (e affrontare) la realtà. Si apre timidamente il cuore, molto meno che con la fiction, che negli anni di Presidenti USA ce ne ha fatti vedere molti, e su alcuni ci ha fatto sognare quasi più di quanto abbiamo sognato con Obama (che è un caso perfetto di cortocircuito tra realtà, desiderio, immaginario e appunto perfezione. Da questo punto di vista più di Kennedy, meglio di Kennedy).

Ci sono quelli storici e agiografici come Lincoln, le commedie romantiche, gli eroi presidenziali dei film action catastrofici da Air Force One, Independence day, 2012, quella sfilza di Morgan Freeman tutti rassicuranti, la meravigliosa umanità di Josiah Bartlet di West Wing, che diamine, è stato Presidente degli Stati Uniti perfino Jack Nicholson in Mars Attacks! e poi ci sono una manciata di titoli che mettono in scena un presidente negativo, che perlopiù sono tutti su Nixon.
Tra il “Nixon” semibiografico di Oliver Stone e quello di “Frost/Nixon” di Ron Howard, che isola un singolo momento della vita dell’ex presidente, quando, tre anni dopo la caduta, accetta di farsi intervistare dal giornalista britannico David Frost, ne scelgo un terzo, quello di “The Post” di Steven Spielberg, dove “Tricky Dick” è una figura nell’ombra che sibila minacce al telefono verso giornali e giornalisti.

 

Ambientato nel 1971, “The Post” finisce subito prima di “Tutti gli uomini del presidente”, e non potrebbe essere un film più contemporaneo: guerre impopolari, segreti di stato, presidenti inadeguati, libertà di stampa, potere e rappresentazione femminile. Il settantenne Spielberg con calma, classe e il consueto charme confeziona un film-manifesto, dove una decisione storica, quella di pubblicare i documenti segreti che svelano la volontà di quattro presidenti diversi (tra i quali il molto amato John Fitzgerald Kennedy) di tenere celata al pubblico la sostanziale inutilità della guerra e lo spreco di vite umane in nome di un “tenere alta la bandiera USA”, viene presa da una vedova che solo a causa della morte del marito si è ritrovata a gestire il giornale di famiglia. Inizia come un film di guerra “The Post”, con le sue brave scene in Vietnam. Cinque minuti dopo è un film di spionaggio dove gli attivisti fotocopiano documenti top secret (i famosi “Pentagon Papers”) in uno studio tappezzato di manifesti della migliore cinematografia anni ’70. Poi introduce Katharine Graham (Meryl Streep), editore preparatissima ma ansiosa e preoccupata, anche un po’ goffa, che sa tutto sulla potenziale quotazione in borsa del suo giornale, il Washington Post, ma non riesce a spiaccicare una parola davanti al proprio consiglio. E infine arriva Ben Bradlee (Tom Hanks), direttore di un giornale in cerca di uno spazio diverso da quello locale. Hanks fa la sua parte, ma non è lui il cuore del film, anzi, è al servizio del film e della sua protagonista femminile. Questa Streep, in un ruolo finalmente alla sua altezza, confusa, svagata, elegante, si aggira, unica figura colorata, in stanze piene di uomini in completo scuro, che la intimidiscono e non la ascoltano. E la parabola della sua crescita procede per microcambiamenti, ricordi, espressioni, dialoghi con la figlia, con Mc Namara, con il Consiglio, cene, ricevimenti. Cambiano gli ambienti intorno a lei, nel corso del film: inizia nella sua casa, finisce nello spazio delle rotative, quando va a vederlo il suo giornale stampato, a utilizzarlo quello spazio conquistato con una telefonata in caftano dorato.

Tra i tanti titoli su Nixon c’è anche il divertente “Elvis & Nixon”, ispirato al vero incontro tra il cantante e il presidente avvenuto nel 1970

Due personaggi alla fine della carriera, in cerca di un’ultima ribalta personale, dove Nixon è interpretato da Kevin Spacey che nello stesso periodo dava vita all’indimenticabile Frank Underwood di “House of Cards”: Underwood trama, tradisce, uccide per arrivare alla presidenza e ci racconta tutto guardando dritto in macchina, è il peggiore di tutti, è il migliore di tutti e il tracollo della serie dopo l’allontanamento di Spacey era scontato.

Difficile dimenticare Frank e Claire che guardano “La fiamma del peccato” e poi ne recitano le battute a memoria.
Vicino ai presidenti meno autorevoli ci sono spesso insidiosi consiglieri che illuminano altri lati della politica americana: un esempio lo troviamo in una black comedy di Barry Levinsono dal tremendo titolo italiano (“Sesso e potere”) che originariamente si chiama “Wag the dog”, gioco di parole che letteralmente significa “Scondinzola il cane”: racconta la storia di un consigliere politico (Robert De Niro) che, per distrarre l’America da uno scandalo sessuale che coinvolge il Presidente, si inventa una guerra e la mette in scena con l’aiuto di un produttore cinematografico (Dustin Hoffman)

O anche dei vicepresidenti che, ben lontani dall’essere figure di rappresentanza istituzionale, riescono ad accaparrarsi anche più potere del presidente stesso, come racconta brillantemente “Vice” di Adam McKay, che racconta l’ascesa politica di Dick Cheney, vicepresidente di George W. Bush per due mandati. Il film è illuminante e ha un magnifico cast (Christian Bale, Amy Adams, Steve Carrell, Sam Rockwell).

E infine, non è un cattivo ma non si può non omaggiare il presidente Merkin Muffley di Peter Sellers ne “Il dottor Stranamore” di Stanley Kubrick

E chiudiamo con le ultime parole di “West Wing”: A cosa stai pensando, Josiah? A domani.

 

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