Un film sull’adolescenza che non oseresti mai chiamare “teen movie”

Di Barbara Belzini 10 Aprile 2021


Nel caos delle distribuzioni on demand, mentre cominciano ad arrivare i film della Berlinale 2021 (l’Orso d’Oro “Bad Luck Banging or Loony Porn” sarà acquistabile da metà aprile sulla piattaforma MioCinema), ci sono ancora tanti titoli della Berlinale 2020 che non si trovano da nessuna parte: prima di tutto l’Orso d’Oro “There Is No Evil”, girato in segreto dal regista iraniano Mohammad Rasoulof, che ruota intorno a quattro storie collegate alla pena di morte in Iran: il film infatti è stato subito bandito, e il suo regista compare nella lunga lista di registi incarcerati perché accusati di propaganda contro il sistema.

Storie come questa, che fanno subito ricordare le traversie di Jafar Panâhi, che da anni gira di nascosto, che una volta ha mandato un film a un Festival di Cannes dentro a una torta, fanno riflettere, soprattutto quando da noi si fa un gran parlare di censura cinematografica e di un Bertolucci del 1972, quando dopo di lui sono stati censurati Pasolini (nel 1975, per “Salò e le 120 giornate di Sodoma”), Ruggero Deodato (nel 1980, per “Cannibal Holocaust”) e Ciprì e Maresco nel 1988, che per “Totò che visse due volte” finirono addirittura in tribunale per vilipendio alla religione, e furono assolti.

Non li ho mappati tutti, ma mi pare che oltre ai nostri D’Innocenzo e Diritti sia arrivato ben poco: “Undine” di Christian Petzold è su Chili, “Malmkrog” di Cristi Puiu è sulla piattaforma dei cinefili Mubi, ma niente “First Cow”, per citare un altro titolo molto lodato dalla critica.
E invece sempre su Chili è disponibile l’Orso d’Argento del 2020, “Never rarely sometimes always” (Mai raramente a volte sempre) di Eliza Hitman: con una manciata di scene e ancora meno dialoghi capiamo che la diciassettenne Autumn in quella cittadina della Pennsylvania vive male. A casa c’è qualcosa di inquietante, di stonato, che ci fa capire che non è un luogo dove rifugiarsi ma dal quale scappare, i ragazzi della scuola si meritano lanci di bibite in faccia, il lavoro al supermercato è inquinato dalle molestie di un superiore.


Ma c’è qualcosa per cui vale la pena vivere: quando si accorge di essere incinta, basta uno sguardo alla cugina Skylar per organizzare un viaggio a New York, dove, sempre parlando poco, sempre trascinandosi una valigia troppo grande per le loro necessità, sempre vagando nei non luoghi della città, bowling, stazioni della metropolitana, sale d’attesa, sempre con i soldi contati, le due ragazze cercano una soluzione.
Avete presente quei film, quelle serie, tutte quelle immagini dove c’è una ragazza che arriva a New York e fa le giravolte e ride felice in mezzo a mille colori?

Ecco, dimenticatele. Qui prevalgono i toni grigi, lo stile documentaristico, la camera addosso alle due protagoniste (le attrici esordienti Sidney Flanigan e Talia Ryder), i primi piani su Autumn mentre passa per tutta la dolorosa trafila necessaria a sottoporsi a una procedura di interruzione di gravidanza, e meno parla e più capiamo cose su di lei e sulla sua storia. Qui gli ostacoli si superano praticamente, con i soldi, la determinazione, il silenzio e qualche concessione a un ragazzo di passaggio. Qui si chiede solo l’aiuto indispensabile, e si rifiuta tutto il resto. Qui le domande fanno male e le risposte fanno peggio.
“Non desideri mai essere un uomo?” “Sempre”.

 

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